Siete veramente amici?

traduzione di Ileana Sestito

Gli psicologi stanno imparando sempre di più come stanno cambiando le amicizie degli adolescenti a partire dai social network e dai messaggi di testo.

By Amy Novotney

Come i genitori della maggior parte degli adolescenti sanno, le telefonate di due ore di oggi con gli amici spesso sono condotte attraverso maratone di messaggi di testo o sessioni di Facebook. E’ con questo cambiamento culturale che gli psicologi si stanno ponendo un sacco di domande: Cosa succede alle amicizie adolescenziali quando la comunicazione interpersonale avviene così tanto tramite testo? O quando le lotte tra migliori amici esplodono via Facebook sotto gli occhi di tutti? E può “OMG-ROTFL” (“Oh mio Dio! Sto rotolando per terra dal ridere!”) questo tipo di testo può trasmettere veramente lo stesso divertimento di come quando si sentono le risata di un migliore amico? Finora, le risposte a queste domande si sono intrecciate. Margarita Azmitia, professoressa di psicologia presso l’ Università della California, Santa Cruz, che studia le amicizie adolescenziali, è tra coloro che sostengono che queste tecnologie hanno cambiato solo alcuni dei modi in cui i ragazzi interagiscono. I giovani di oggi ancora contano sugli amici più vicini con cui si vedono e parlano ogni giorno, dice. “La [qualità] o valore delle amicizie degli adolescenti, come la lealtà e la fiducia, rimangono le stesse”, dice Azmitia. “La tecnologia ha cambiato solo alcuni dei modi in cui i bambini possono essere amici con gli altri.” Altri psicologi, tuttavia, dicono che i modi di oggi di comunicare possono cambiare il messaggio, e si chiedono che effetto possa avere sulle amicizie adolescenziali, e sullo sviluppo sociale degli adolescenti. Ad esempio, invece di imparare come gestire il dare e l’avere della conversazione, uno dei nostri attributi umani più basilari e una connessione che noi tutti desideriamo- gli adolescenti invece sono capaci spesso e costantemente di modificare le risposte in testi spiritosi, dice lo psicologo sociale Sherry Turkle, del Massachusetts Institute of Technology. “Stiamo perdendo il senso della voce umana e che cosa significano-le inflessioni, le esitazioni senza avere la prova che qualcuno non stia solo dando risposte a blocco”, dice Turkle, il cui libro “Alone Together” (2011) si basa su 15 anni di ricerca e di osservazione dei bambini e delle interazioni degli adulti con la tecnologia. “Questa è una cosa radicale per le nostre relazioni.”

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4 cose che non devi aspettarti dal tuo Psicologo

Autore: Dott.ssa Sara De Maria

vedi Blog dell’Autore

 

Se stai per rivolgerti ad uno psicologo-psicoterapeuta con l’obiettivo di fare un percorso conoscitivo di te e di affrontare le difficoltà della tua vita, devi sapere fin da ora che nella relazione terapeutica alcune cose non sono previste.

1. Il tuo Psicologo non è lì per suggerirti cosa fare o cosa dire:
L’obiettivo finale del trattamento è quello di accompagnarti verso il superamento della difficoltà e allo stesso tempo verso l’autonomia.
Vale a dire che lavorando in quest’ottica il tuo Psicologo non cadrà nel fascino di darti suggerimenti su cosa dire, cosa fare e come comportarti. Neanche dietro esplicita richiesta.
La motivazione è molto semplice: il suo lavoro non è quello di indicare la via giusta ma quella di aiutarti a fare chiarezza e a valutare in modo autonomo la scelta migliore per te in questo momento.

Certo, potresti dire che hai chiesto aiuto proprio perchè non sai come comportarti e per non subire le conseguenze delle tue azioni in un momento come questo. Se il tuo Psicologo non ti suggerisce cosa fare potresti non vedere l’immediata funzione.

La realtà terapeutica invece è molto diversa; sicuramente ci sarà un’attenzione speciale per le urgenze e per trovare insieme una soluzione nell’immediato ma sarà compito del tuo terapeuta allargare la cornice rispetto al tuo problema e andare alla ricerca del processo che ti ha portato in quella situazione. Da lì potrete lavorare insieme.

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#alsicebucketchallenge. Secchielli di ghiaccio, gruppi e responsabilità ai tempi dei Social

#alsicebucketchallenge. Secchielli di ghiaccio, gruppi e responsabilità ai tempi dei Social

Autore: Dott.ssa Marzia Cikada

vedi Blog dell’Autore

 

Dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia.
Albert Camus
 

Sta finendo anche  l’estate 2014. Si rientra dopo una breve assenza e, avendo seguito solo quelle notizie che non puoi farne a meno,  si scopre cosa nel frattempo è successo nel mondo. Questo significa anche rientrare nel vortice dei Social e dire “E questa che storia è?”, imbattendosi nella sfida del secchiello di ghiaccio, meglio nota a tutti come #alsicebucketchallenge. Di cosa si tratta? Tutti lo sappiamo, probabilmente da molto prima di Pollicino, nasce come modo per raccogliere fondi per la ricerca sulla SLA, la sclerosi laterale amiotrofica e sembra che economicamente i risultati ci siano. La sfida è nata da Chris Kennedy che dalla Florida ha dato l’inizio alla sfida ma poi, il tiro, è stato aggiustato quando è apparso Pete Frates, giocatore di baseball che si è ammalato di SLA e l’ha resa “virale”, coinvolgendo in tutto il mondo artisti, capi di stato, visi noti e notissimi. Perchè il secchio di ghiaccio? La sensazione che da, per qualche secondo, è di blocco dei muscoli mentre la mente è lucida, una sensazione simile a quella che prova chi è vittima di questa malattia terribile o almeno questo sembra sia stato all’inizio. Ma per molti è diventata la notizia del momento, mettiamoci anche che il tutto è divertente,  è estate e, specie sulle magliette bagnate, regala una certa visibilità che riecheggia di video in video per i social.Come funziona? Ci si lancia o ci si fa lanciare un secchiello di ghiaccio e si fa una donazione per la ricerca, poi si passa a nominare altri amici. Un passaparola semplice ed efficace che  viaggia a una velocità straordinaria.

Perchè in un blog di psicologia dovrebbe trovare posto un tema come questo? Per molteplici ragioni. Perchè si parla di comunicazione, si tratta di gruppi, di come agiscono mosse dalle emozioni digitali messe in azione da un click, perchè si sta parlando di come, ogni giorno, vengano fatte moltissime scelte, anche importanti e, spesso, si decide con una certa leggerezza  di mettere il proprio volto a testimonianza di qualcosa, qualunque cosa sia. Ragazzi, adulti, anziani siamo tutti immersi in questa grande piazza che abbraccia tutti e tutto, crea relazioni e comunica, spesso al posto nostro e con il nostro benestare.

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La Leadership dell’Esempio

Autore: Giovanni Iacoviello

vedi Blog dell’Autore

 

“E sollecito il loro aiuto, poiché ho compreso che il capo non è colui che salva gli altri, bensì colui che sollecita gli altri a salvarlo”.

Antoine de Saint-Exupéry, da “Cittadella”.

 

E’ sufficiente scrivere nella bacheca aziendale a grandi caratteri un nostro importante principio? O le parole da sole non bastano? E se fossimo noi che abbiamo messo la scritta per primi a non rispettarla?

Pare che un elemento importante per influenzare le persone, molto di più delle nostre parole esplicite o ordini dati da “capi”, sia il nostro comportamento effettivo. Dagli studi sull’apprendimento sociale dello psicologo Albert Bandura, era stato notato che impariamo molto attraverso l’osservazione del comportamento altrui. Inoltre tendiamo ad imitare le azioni che vengono ritenute normali all’interno di una data comunità di persone. E quelle delle persone che rispettiamo e ammiriamo. E non basta essere un capo imposto di ruolo per avere rispetto e ammirazione: dipende molto di più dalle nostre azioni.

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Donne che non ci devono provare. Estate, bellezza e immagine femminile

Donne che non ci devono provare. Estate, bellezza e immagine femminile

Autore: Dott.ssa Marzia Cikada

vedi Blog dell’Autore

 

You don’t have to try so hard
You don’t have to give it all away
You just have to get up, get up, get up, get up
You don’t have to change a single thing
Colbie Caillat “Try” 

La bellezza. Se ne parla molto. Sempre, ma soprattutto d’estate, quando il mare, le foto delle modelle in costume e le vacanze si fanno argomento privilegiato. Spesso però parlare di bellezza diventa quasi una violenza,  specie se la si fa entrare a forza in categorie sterili, che non appartengono tanto al concetto di bellezza se non alla deformazione culturale di cui diventa vittima insieme a tutte le persone, donne e uomini, che vi incappano. Perché una cosa è la bellezza, una cosa è l’idea di omologazione che questa diventa quando viene manipolata da economia, aziende, pensiero di massa. Allora il desiderio di bellezza, che non è più solo soggettivo e intimo, viene condotto per mano e indirizzato verso specifichi canoni uguali per tutti,  diventando una schiacciasassi che rende tutto simile, elimina le differenze, trasforma tutto in “uguale a..” e non accetta il“diverso da..” lo trova minaccioso. Purtroppo viviamo in un mondo che non può evitare di avvicinare la psicologia e la vita quotidiana all’economia. E la bellezza vende molto. Una vera e propria industria della bellezza che ci lusinga ogni giorno con i suoi prodotti favolosi per diventare altro da noi, in linea con quanto crediamo e ci fanno credere sia “bello” sul serio o, peggio, sia la sola bellezza.

Moltissime donne scelgono un modello e cercano di diventare “come”, alcune investono tutti i loro risparmi in questo, per essere come Barbie o come la donna dello spot, l’attrice, la superbellona del momento. Non i piccoli cambiamenti che possono sostenere alcuni immagini più fragili di altre, ma vere e proprie invenzioni, creazioni di altre immagini di sè, con nuove labbra, seni, zigomi. Così che alla fine ci si identifica con qualcuno che non ci assomiglia per niente e, dentro quell’immagine sfalsata, ci si nasconde.

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