Autore: Dott.ssa Monica Monaco

Fonte: http://www.benessere.com/psicologia/arg00/psicologia_politica.htm

 

Il voto politico è una importante tradizione per cui l’umanità ha lottato al prezzo di lunghi e duri sacrifici e che, tuttavia, sempre più spesso oggi vede crescere la rinuncia ad esso ed alla connessa possibilità di esprimere il proprio pensiero.
La scelta finale dell’elettore, anche quella di non votare, rappresenta il prodotto di un processo decisionale in cui si inseriscono numerosi fattori che influenzano la preferenza o l’astinenza finale e che sono stati studiati dalle scienze del comportamento al fine di conoscere meglio le strategie psicologiche che guidano gli elettori e gli elementi che possono influenzare il loro comportamento di voto.


Le strategie di scelta: dalla razionalità alle scorciatoie cognitive

La preferenza espressa attraverso il voto rappresenta principalmente una dichiarazione di fiducia e di condivisione che oggi appare sempre più lontana dalle modalità di scelta che guidavano il voto in tempi passati, quando l’influenza mediatica era meno incisiva.
L’attuale comportamento di voto, infatti, appare come un processo di scelta sempre più “personalizzata”, cioè mosso in modo crescente dalle caratteristiche individuali dei candidati, aspetti che giocano un ruolo più importante di quelli che in passato avevano un peso maggiore, quali le ideologie, le tradizioni, i valori e gli interessi delle classi sociali, delle famiglie e dei singoli elettori.
I comportamenti più ponderati e razionali che alimentavano l’espressione delle preferenze in passato, oggi appaiono sostituiti da scorciatoie di pensiero più approssimative, un atteggiamento che può essere considerato una risposta naturale al crescente, e talvolta confuso, numero di informazioni, spesso contrastanti, trasmesse dai mass media quotidianamente. Così, nella psicologia politica, il pensiero logico lascia il posto a forme decisionali brevi e imprecise, definite “euristiche”, ossia strategie cognitive brevi che vengono messe in atto quando si ha la consapevolezza che mancano importanti dati certi sulla realtà per fare delle valutazioni precise.

In ambito politico il ricorso ad euristiche sembra giustificato da numerosi fattori tra cui:

  • gli schieramenti che hanno fatto perdere di vista le radici ideologiche, oggi amalgamate nei due grandi blocchi intrinsecamente eterogenei;
  • la frequente astrattezza delle aspirazioni politiche manifestate in complessi dibattiti spesso comunemente incomprensibili o quantomeno generanti confusione e dati contrastanti;
  • la sperimentata infedeltà alle promesse fatte in periodo elettorale.

Pertanto, sembra comprensibile che, per far fronte alla difficoltà crescente nel comprendere i programmi politici e alle incertezze rispetto alle promesse sfiduciate dai partiti opposti o dimostratesi inattendibili, vengano messi in atto comportamenti più intuitivi, guidati più spesso da impressioni emotive come simpatia e fiducia o, ancor peggio, dal desiderio di allontanare personaggi che suscitano, più o meno spontaneamente, antipatia, incertezze sul futuro e timori.
Anche in questo settore della vita cresce l’importanza di “ciò che appare”, in una politica che si adatta di conseguenza a produrre “personaggi, piuttosto che a giocare sulle ideologie, sulla necessità di dimostrare competenze, sulle reali capacità dimostrate in un passato e in una storia che viene invece costantemente rimessa in discussione e ricostruita attraverso le narrazioni di leaders sempre più carismatici e seducenti.

 

L’immagine del candidato

Come nella società americana, la scelta elettorale italiana appare crescentemente influenzata ed influenzabile dall’“immagine del politico”, fatta di ciò che dice, di come lo dice, della personalità che mostra in pubblico, catturata dalle telecamere e dalle fotografie scattate anche nel privato-intimo, fino a costruire una rappresentazione di un Sé che deve trasmettere la possibilità di rispondere ai bisogni degli elettori che altrimenti non lo sceglieranno.
La constatazione di ciò comporta che, dalla televisione ai giornali, viene giocata una campagna elettorale sempre più basata sulla possibilità di accattivarsi simpatie, di affascinare il popolo, di apparire più simili e vicini agli elettori o quantomeno alla loro immagine ideale.
La tendenza degli elettori a lasciarsi guidare dagli aspetti di personalità ricavati attraverso pochi, spesso selezionati, momenti di comparse televisive è aggravata da una ulteriore propensione a giudicare i politici sulla base di semplificazioni cognitive ed emotive. Come mostrano alcuni studi (Caprara G.V., 1997; Caprara G.V., Barbaranelli C., Zimbardo P.), infatti, gli elettori invitati a descrivere la personalità che ritengono propria dei leader politici, fanno riferimento esclusivamente ad aspetti legati ai tratti dell’energia e dell’amicalità, trascurando le altre dimensioni della personalità ben più importanti per affidare razionalmente il governo del proprio paese.
Pertanto, nel processo di percezione della personalità del politico che guida gli elettori, quei fattori più superficiali e legati all’immagine, definiti “attrattori”, sembrano giocare un ruolo più forte, indipendentemente dalle preferenze politiche espresse dai votanti e dallo schieramento politico in cui si colloca il candidato che viene giudicato.
Agendo come una calamita, caratteristiche connesse ad aspetti esteriori quali l’innovatività e la sincerità, sembrano catturare l’attenzione degli elettori, portando ad una generalizzazione della positività della personalità del candidato prescelto.

 

Fattori che influenzano le intenzioni di voto

Altre ricerche di psicologia politica si sono concentrate sullo studio delle determinanti del comportamento di voto (Caprara G.V., Barbaranelli C., 2000) ed hanno rilevato che il voto viene innanzitutto guidato dalle cosiddette “attese di vantaggi e svantaggi”.

È presente perciò una tendenza secondo la quale il voto è dato ai rappresentanti politici che si ritiene possano produrre i cambiamenti sociali desiderati che risultano essere principalmente la crescita della democrazia, della giustizia sociale, dell’equità fiscale, del lavoro e della stabilità economica.

Un altro fattore che influenza l’espressione del voto è la “propensione a non rischiare” che è guidata da una tendenza conservativa degli elettori che, rassicurati dalla conoscenza di alcuni punti certi, sono poco disponibili a mettere a rischio l’equilibrio ambito e spesso percepito come instabile.
Per tali ragioni in ogni elezione esiste un vantaggio dei politici che concorrono per il rinnovo delle cariche piuttosto che di quelli che devono ancora farsi conoscere dagli elettori, un processo che invece deve superare la paura delle novità e deve rispondere al bisogno di rassicurazioni, quasi come se il politico dovesse aspirare a diventare il “padre” di una grande famiglia di figli bisognosi di certezze.

Ciò si aggiunge alla naturale tendenza della memoria degli elettori ad essere più sensibile al cosiddetto “effetto recency”, ossia a ricordare meglio eventi accaduti o narrati di recente su cui viene consolidata la propria scelta di voto, malgrado i complessi intrecci della storia narrata durante un governo. La conseguenza è che, come accade nella conversazione telefonica in cui è possibile chiudere una lite lasciando una sensazione positiva finale basata sugli ultimi minuti di comunicazione, è altrettanto possibile chiudere un periodo di governo con memorie positive che potranno guidare alla conferma dello stesso o viceversa chiudere in negativo un lungo periodo positivo. Ciò dipende dall’andamento della campagna elettorale, dagli ultimi eventi politici e dalle capacità di sottolineare i propri pregi e gli altrui difetti dei partiti.

Esiste poi un ulteriore fattore che può influenzare l’espressione del voto, costituito dalla “presunta approvazione del voto da parte delle persone importanti”.
In relazione a questo aspetto, la preoccupazione di essere disapprovati da familiari, amici, parenti sembra giocare un peso maggiore sugli elettori di sinistra, mentre quelli di destra sono più centrati sull’approvazione che potrebbero ricevere dai propri cari votando lo schieramento “familiare”, un rinforzo positivo che influenza meno il comportamento rispetto alla possibile “punizione” rappresentata dalla disapprovazione.

 

Il comportamento di astinenza

Così come il comportamento di voto, anche quello di astinenza è guidato dagli stessi fattori che conducono al voto intuitivo. Il risultato è un crescente atteggiamento di rifiuto della politica, la frequente tendenza a non esercitare il proprio diritto-dovere, come un dispetto motivato dalle sensazioni di sfiducia, dalla difficoltà a credere a nuove promesse e dalla tendenza a cercare di risolvere le proprie problematiche quotidiane in una dimensione più piccola, più quotidiana e vissuta come più controllabile del cambiamento sociale.

 

Bibliografia

  • Caprara G.V., Barbaranelli C., 2000, Capi di governo, telefonini, bagni schiuma, Raffaelo Cortina Editore, Milano.
  • Caprara G.V., 20002, Personalizzazione della politica e strategie di scelta degli elettori. Nel segno dei tratti. In Psicologia contemporanea, 172, 4-11.
  • Caprara G.V., Barbaranelli C., Zimbardo P., 1999, Personalità profiles and political parties. In Political Psychology, 20, 175-197.