Autore: Dott.ssa Ada Moscarella

vedi Sito Internet dell’Autore http://www.ampsico.it/

 

«Quello che imparai a fare era reprimere, sublimare e controllare il mio comportamento […]. Quelli che venivano considerati gli indicatori di una prognosi favorevole erano invece una misura della mia capacità di negare me stesso e di rinunciare al piacere, del mio forte bisogno di assecondare le aspettative degli altri e della mia propensione a un transfert sottomesso e silenzioso»

(Ralph Roughton, psicanalista, in «Letter: response to Bergeret’s homosexuality or homoeroticism? Narcisistic eroticism», p. 37, 2002 )

Gli studenti appena iscritti alla facoltà di psicologia spesso hanno aspettative piuttosto fantasiose riguardo al lavoro che svolgeranno come psicologi e psicoterapeuti. Aspettative irrealistiche, che a volte rasentano veri e propri “deliri di onnipotenza terapeutica”. Con il tempo, però, si comprende quanto sia faticoso e consumante relazionarsi con un paziente, quanto duro lavoro personale sia necessario e quanta poco pedagogico sia il mestiere dello psicologo-psicoterapeuta-psicanalista. Non si è affatto i detentori del “sacro fuoco della verità”: il più autentico fattore terapeutico cui bisogna porre attenzione è la relazione. Non bisogna essere suggestivi, è fondamentale la neutralità e il non esprimere giudizi, non bisogna essere direttivi. Tutte accortezze assolutamente valide, una psicoterapia non è un lavaggio del cervello e, in fondo, quello di subire il lavaggio del cervello è una paura che tiene lontane molte persone dalla stanza dello psicoterapeuta.

Stupisce, allora, come queste raccomandazioni siano state quasi sempre ignorate quando a entrare nello studio era un paziente omosessuale. Ovesey, Hatterer, Bieber , Socarides sono tutti esempi di terapeuti dispostissimi ad abbandonare la posizione analitica classica per tuffarsi anima e corpo nel più direttivo e suggestivo degli atteggiamenti terapeutici: scoraggiare il comportamento omosessuale e incoraggiare quello eterosessuale, colludendo con il transfert idealizzante del paziente per spingerlo verso il comportamento eterosessuale.

Ci si stesse confrontando con qualsiasi disturbo, si direbbe che tutto quello che si potrebbe ottenere con questo atteggiamento è la creazione di un Falso Sé, di un individuo che diventa compiacente e sottomesso nei confronti delle richieste del mondo esterno, mettendo in scena quello che Winnicott chiama in modo davvero eloquente «Tradimento degli Istinti». In pratica, il totale fallimento della terapia.. Frieda Fromm-Reichmann definisce la psicoterapia come un «processo di cooperazione, in cui il successo alla fine dipende dal paziente, e lo psicoterapeuta serve prevalentemente da assistente esperto». Fino alla cancellazione dal DSM dell’omosessualità e fino a quando non sono stati pubblicati i lavori che avevano messo in luce i problemi connessi con questo approccio, gli omosessuali hanno dovuto sopportare le umiliazioni di dover essere considerati malati e hanno dovuto sopportare le influenze indebite degli analisti cui si rivolgevano. Oggi la situazione dovrebbe essere migliorata. Il condizionale, però, è d’obbligo per una serie di ragioni. Innanzitutto, annunciare al mondo che trattare l’omosessualità come una patologia fa parte di un pregiudizio medievale e che la ricerca empirica ha praticamente scardinato ogni sostegno che reggeva tale pregiudizio, non rende scontato il fatto che questo pregiudizio sia scomparso. Anzi, forse è necessaria, adesso più che mai, una certa attenzione, perché peggio di un pregiudizio, c’è un pregiudizio subdolo, quello che agisce completamente incontrollato, dietro le dichiarazioni di neutralità. Un pregiudizio che, in questi ultimi tempi, ri-orientati verso un conservatorismo dei costumi, specie quelli sessuali, trova fin troppi sostegni. Non ci si deve certo aspettare che psicoterapeuti e psicanalisti vivano su monadi totalmente avulse dalle influenze culturali, ma resta un dovere etico di chiunque si accinga a operare come «l’assistente esperto» per la vita di qualcuno, essere, innanzitutto, esperto di se stesso e di come i suoi atteggiamenti possano agire all’interno della relazione terapeutica. Non è un problema di poco conto se si considerano, per esempio, gli effetti che un subdolo atteggiamento omofobico può avere su un paziente con una grave patologia del Sé, trascinandolo nella costruzione di un Falso Sé, di cui si è già detto.

Il lungo processo di esclusione dell’omosessualità dai libri di psichiatria e psicologia (che comunque non è ancora terminato), giustifica pienamente la diffidenza di gay e lesbiche nei confronti della psicanalisi. Il desiderio di compiacere l’analista e salvaguardare il rapporto positivo che si instaura con quest’ultimo è tipico di ogni relazione terapeutica, ma è assolutamente scorretto usare questa posizione di forza dell’analista per obbligare il paziente a fare una scelta: per ottenere la desiderata approvazione del terapeuta, dovrà costringersi all’eterosessualità, rinunciando ai suoi comportamenti omosessuali. Chi è rimasto invischiato in queste dinamiche, uscendo dallo studio del terapeuta con il plauso di un’analisi felicemente conclusa, ha riportato, a distanza a volte di anni, vissuti del tutto simili a quello riportato ad inizio capitolo da Roughton (1997). Gli studi di follow-up a lungo termine hanno mostrato innanzitutto come le cosiddette conversioni riguardino molto i comportamenti e molto poco i pensieri e le fantasie (Birk, 1980; Coleman, 1982): se la psicanalisi è un viaggio dell’anima, come è possibile considerare questo il risultato di un analisi riuscita? Con un’impostazione simile si dimostra soltanto che un omosessuale può imparare a non avere rapporti sessuali con persone dello stesso sesso e sviluppare, in alcuni casi, un’attività eterosessuale, spesso limitata a un solo partner. Un risultato che non appare straordinario, se si considera che molti omosessuali, costretti dall’omofobia presente nella società, decidono di sposarsi, senza aver seguito alcuna terapia. Inoltre, questi pazienti dichiarano spesso di esserne usciti con la vita danneggiata e nient’affatto migliorata. Se l’eliminazione totale del pregiudizio, come quello di qualunque influenza culturale, è un’utopia, il primo, reale e utile passo che occorre fare è rendere questo elemento quantomeno esplicito e cosciente.

Oppure optare per una terapia riparativa… I principali sostenitori delle terapie riparative sono Gerard van den Aardweg (1985, 1997) e Joseph Nicolosi (1997, 2003, quest’ultimo fondatore del NARTH (Nicolosi, Ames Nicolosi, 2002; Nicolosi et al. , 2000a, 2000b). Quest’ultimo è stato recentemente in Italia per alcune conferenze in cui ha promosso le sue teorie. In risposta a quest’evento l’Ordine degli Psicologi ha emanato un duro comunicato di condanna di ogni terapia riparativa e delle teorie di Nicolosi, riaffermando che l’omosessualità non è una malattia e quindi non va né curata.

La teoria di Nicolosi prevedere che l’omosessuale maschio viva un indefinito senso personale di incompletezza derivante da una serie di eventi che accadono nella relazione con le figure genitoriali (Nicolosi rifiuta tassativamente e apoditticamente qualsiasi ipotesi di una componente biologica e/o genetica che anche solo preveda una predisposizione all’omosessualità: tutti nascono eterosessuali). La colpa dell’insorgenza del disturbo omosessuale sarebbe in buona parte del padre, con il quale il bambino non saprebbe mettersi in relazione: questo causa un allontanamento difensivo che porta a una mancata identificazione col padre e quindi con la mascolinità. Questo a sua volta sarebbe causa prima di un distacco dai maschi (il futuro omosessuale, da bambino è incapace di relazionarsi con il gruppo dei pari), poi della ricerca di un legame sempre fallimentare con loro; un legame che però nel tempo viene erotizzato e diviene quindi omosessuale.

Questa catena di eventi porterebbe a caratteristiche patologiche come:

  • Difetti di mascolinità, in quanto l’omosessuale non saprebbe esprimere la propria rabbia e sarebbe sempre effeminato;
  • Difetti di potere e capacità
  • Bassa autostima
  • Impotenza
  • Depressione
  • Fobie
  • Immaturità
  • Narcisismo

Nonostante numerose ricerche abbiano ormai mostrato che l’incidenza di disturbi psicologici e psichiatrici sia identica per eterosessuali e omosessuali e nonostante sia ormai chiaro quanto sia complesso il comportamento sessuale, Nicolosi e Aardweg dipingono un’omosessualità che, in quanto sintomo ha caratteristiche precise, tutte ben rintracciabili:

  • Gli omosessuali sono deboli, passivi, depressi, infantili, inclini al vittimismo, arroganti e si crogiolano spesso nell’autocommiserazione.
  • Sono frustrati dal non saper esprimere la propria aggressività e tendono perciò a sessualizzarla.
  • Sono fobici, ossessivi, dipendenti dal sesso, affetti da turbe e varie incapacità emotive, sociali e relazionali.

Per difendersi da chi sostiene che quanto sin qui elencato sia semplicemente un elenco di stereotipi omofobi, privo di alcun riscontro scientifico, Aardweg sostiene semplicemente che l’omofobia non esiste, ma anzi essa è un’invenzione della lobby gay che etichetta come “omofobico” qualsiasi opinione che si levi contro l’accettazione dell’omosessualità come variabile naturale della sessualità dell’essere umano. (Aardweg, 1985). Nicolosi ritiene che i moltissimi gay che richiedono il cambiamento di orientamento (da lui definiti “non-gay” e che ritiene siano la maggioranza, senza però spiegare da dove nasca questa sua convinzione) siano stati abbandonati dalle scienze dalla salute mentale. Di fronte a una richiesta d’aiuto e sostegno, Nicolosi trova sia crudele che queste persone non possano trovare risposta. Nicolosi evita con troppa superficialità di interrogarsi sull’analisi della domanda posta da queste persone: se a chiedere il cambiamento dell’orientamento sessuale, fosse un eterosessuale, si comporterebbe allo stesso modo? Se un’anoressica chiedesse aiuto per dimagrire, non aiutarla sarebbe un atto di crudeltà? E’ ormai chiaro che nel caso dell’omosessualità, colludere si può e in pratica si deve, non importa se la terapia diventa un lavaggio del cervello, non importa se ciò che si ottiene è una pantomima dell’eterosessualità (Nicolosi, 1997), il congelamento delle emozioni più autentiche dell’individuo, perché: «Qualsiasi tipo di autoaffermazione va scoraggiata; solo così si potrà progredire rapidamente» (Nicolosi, 1997).

Aardweg (1997), inoltre, consiglia: «piccole, ma costanti mortificazioni fisiche estremamente utili per combattere le ossessioni sessuali»e aggiunge (Aardweg, 1997, p. 139-141): «Dopo aver scoperto la connessione al suo rifiuto assoluto delle abitudini “femminili”, una donna omosessuale deve superare l’avversione per la cucina, per esempio, o forse per l’atto di servire i suoi ospiti o, in altri casi, per quei dettagli cosiddetti “poco importanti” che sono le faccende domestiche, oppure per la cura materna dei bambini, soprattutto dei neonati (contrariamente a quanto si pensa sulla falsa base di pseudostudi, i sentimenti materni di alcune lesbiche sono completamente inibiti; trattano i bambini come fossero dei capi-scout e non delle vere madri[1]). Abbandonarsi al “ruolo” femminile è una vittoria sull’ego infantile e allo stesso tempo una rivelazione di grande emozione: l’inizio dell’esperienza della femminilità. Non è raro che gli omosessuali debbano disimparare a evitare di sporcarsi le mani facendo i lavori manuali – spaccare la legna, dipingere la casa, usare la pala o il martello. Devono combattere la propria resistenza a uno sforzo fisico. Per quanto riguarda lo sport, quando si presenta l’occasione facciamo partecipare l’omosessuale a prove sportive come il calcio o il baseball affinché provi veramente a dare il meglio di sé, anche se non otterrà grandi risultati atletici.

[…]

Molte donne trarrebbero un grande vantaggio da piccoli esercizi di ordinaria remissività oltre che – a malapena oso pronunciare la parola! – di obbedienza; peggio, di obbedienza all’autorità degli uomini». Come scrive Stroscio (2007, p.49): «Si tratta, in definitiva, di un trattamento la cui efficacia, peraltro non è stata dimostrata, diretto contro una condizione non patologica, dal quale, come mostrato da alcuni studi, possono derivare gravi danni per il paziente. Si deve considerare, inoltre, che la sola esistenza di terapia così impostate contribuisce a esasperare la stigmatizzazione subita dagli omosessuali. Considerare l’omosessualità una condizione patologia che, con la giusta volontà e motivazione, può essere reversibile, non fa altro che aggravare la già difficile posizione di coloro che hanno acquisito una identificazione omosessuale e vivono coerentemente con essa all’interno di una società generalmente omofobica, perché ciò potrebbe essere considerato una loro scelta volontaria di insistere pervicacemente nell’errore».

Per approfondire:

Stroscio D., (2007) <<La terapia riparativa dell’omosessualità>>, Rivista di Sessuologia, 31(1):49-56

Nicolosi J., (1997) <<Omosessualità maschile: un nuovo approccio>>, tr. it. Sugarco, Milano, 2002

Nicolosi J., Ames Nicolosi L., (2002) <<Omosessualità. Una guida per i genitori>>, tr. it. Sugarco, Milano, 2003

Aardweg G. van den, (1985) <<Omosessualità e speranza: terapia e guarigione nell’esperienza di uno psicologo>>, tr. it. Ares, Milano, 1999

Aardweg G. van den, (1997) <<Una strada per il domani. Guida all’(auto)terapia dell’omosessualità>>, tr. it. Città Nuova, Roma, 2004