Autore: Dott.ssa Morena Romano

 

L’alimentazione nell’infanzia è un momento fondamentale teatro di emozioni che sono veicolate sia dal modo in cui essa avviene, sia nei tempi che nelle qualità del cibo che viene posto al bambino stesso. Il rifiuto del cibo tout-court è raro nell’infanzia e si esplica soprattutto in una selettività con la tendenza a preferire o accettare solo alcuni cibi piuttosto che altri. Questo può far si che si inneschi una spirale di angoscia profonda da parte dei genitori e famigliari che tendono perciò a focalizzarsi sulla tematica cibo, senza tener conto degli altri aspetti emotivi che sottendono alla stessa. Appare inoltre come soprattutto nella primissima infanzia tale focalizzazione si manifesti come incapacità da parte delle figure di accudimento di rispondere empaticamente ai bisogni del bambino, ai bisogni soprattutto emotivi e affettivi. Ciò che avviene in tali casi è che ad ogni richiesta dell’infante, ad ogni suo pianto, si risponda con il cibo, o con un suo ausiliario: seno, cicciotto, biberon. 

Si determina in questo modo l’equazione cibo-affetto; cibo-amore; cibo-oggetto transizionale.

Modalità disfunzionale di cui abbiamo parlato ampiamente nel precedente incontro.

In questi casi il cibo inoltre, diventa l’unico canale comunicativo e di scambio madre-bambino.

In altri casi lo scambio nell’atto alimentare è il terreno dove l’adulto gioca il controllo e il potere a scapito del riconoscimento delle peculiarità proprie del bambino. Ovviamente anche le naturali predisposizioni temperamentali del bambino possono avere un ruolo nella creazione di problematiche alimentari, ma è compito dell’adulto assumersi la responsabilità di capire cosa succede e perchè, modificare i propri comportamenti per risolvere positivamente la situazione.

Spesso è la ricerca dell’ indipendenza e dell’ autonomia – propria della fascia di età infantile- a spingere il bambino a rifiutarsi di mangiare, ed è la risposta confusa e spaventata dei genitori – un loro maggiore controllo (rimproveri e ipercoinvolgimento) a produrre ulteriore frustrazione e incomprensione reciproca in una spirale sempre più negativa. I genitori dovrebbero riuscire ad equilibrare il bisogno del bambino d’avere sia più autonomia, sia limiti più chiari e definiti. Non è facile mettere in pratica una regola apparentemente così semplice: ogni genitore si porta dietro i propri conflitti irrisolti sull’autonomia ed il controllo, frutto delle relazioni con i propri genitori.

Un ulteriore difficoltà nella relazione che si esplica nel rapporto con il cibo è relativa ad un accudimento emotivo non rispondente alle necessità del bambino. Quando la madre o i care-giver (figure di accudimento) non sono quindi adeguatamente coinvolte nel rapporto con il bambino, ad esempio quando sono presenti chiare indicazioni di depressione, stress, o preoccupazioni o un inappropriata preparazione alla maternità, l’infante e il fanciullo non si sentono accolti amati e considerati. Questo è un pericoloso precursore dello svilupparsi di patologie psicologiche sia  alimentari sia di altro genere, come abbiamo potuto appurare nel precedente incontro. Il vissuto di non amore, la disattenzione, la mancanza di cure empatiche, fa si che il bambino strutturi un Io fragile, non coeso incapace di far fronte alle esigenze della vita tanto da incorrere in una cronicizzazione della disistima di sé e della caduta nella fiducia nell’altro. Nel suo bellissimo libro, Peter Schellembaum: “La ferita dei non amati” descrive ampiamente questo problema, chiarendo che la mancanza d’amore lascia un segno indelebile che andrà ad inficiare il resto dello sviluppo e l’esistenza di chi ne è colpito. E lo fa nella maniera più subdola, facendoci appunto venir meno della fiducia in noi stessi e negli altri. Tornando al nostro tema di fondo, ciò si ricollega a quanto dicevamo la volta scorsa, ossia che il soggetto che soffre di disturbi alimentari non possiede una personalità ben strutturata, una buona coscienza di Sé e soprattutto non si stima, non si apprezza, non si ama, proprio perché non sa cosa significa essere amato, non sa come misurare il proprio valore, poiché non lo ha mai appreso e allora deve trovare un termine di paragone, un metro ideale presso cui monitorare e dosare il proprio esser degni, il proprio valore. Per le anoressiche questo metro di giudizio, questa unità di misura è rappresentato da quanto possono dimagrire, da quanto possono esser forti nel rifiutare il cibo, da quanto più o meno consapevolmente sono in grado di manipolare la famiglia, gli amici, i genitori, piegandoli alla propria tirannia. Tirannia che è un messaggio distorto, criptato che sottende ad un bisogno speciale di amore e attenzione.

Il genitore, spesso, comprende che la relazione con il figlio piccolo è disfunzionale e inadeguata, e invece di chiedere aiuto o mettersi in discussione, ha piuttosto la tendenza, tendenza suffragata anche dal cotesto socio culturale attuale a cercare scappatoie e scorciatoie che gli permettano di perpetuare in tale comportamento con un livello più basso di senso di colpa e vergogna o inadeguatezza. Queste scappatoie sono rappresentate dalle cosiddette coccole artificiali, ossia giocattoli, atteggiamento eccessivamente lassista che scivola nel “viziare” ecc…

Rispetto a questo vorrei tornare a parlare dell’oggetto transizionale di cui abbiamo parlato la volta scorsa, qualcuno di voi mi aveva chiesto se è così fondamentale che ci sia, io ritengo di si tuttavia esso non deve fungere da sostituto affettivo “caldo” ma come supporto alla crescita.

Decenni fa alcuni ricercatori psicologi condussero un importante esperimento sulla relazione affettiva del bambino piccolo.

Presero un cucciolo di scimpanzè e lo separarono dalla madre, lo posero in una gabbia in cui erano state preventivamente poste due finte mamma-scimpanze: una di latta e ferro e l’altra di pezza e cotone. Lo scimpanzè dopo qualche minuto si orientava verso la seconda. Questo ci fa comprendere come il bambino sia naturalmente attratto dagli oggetti morbidi e caldi che presumibilmente ricordano il ventre materno, tuttavia questi oggetti caldi devono anche essere animati, vivi  e trasmettere in termini più profondi e irrazionali affettività ed emotività autentica, altrimenti si potrebbe incorrere negli stessi sviluppi patologici e insani di cui abbiamo ampiamente parlato. Tutto questo per dirvi che un caldo peluche, una morbida coperta non sostituiscono mai l’amore e l’affetto, ma spesso sono solo la maschera dietro cui nascondiamo le nostre insicurezze, il nostro timore, il nostro senso di inadeguatezza. E qui non parlo solo della relazione madre-bambino, ma anche delle relazioni fra adulti, che molto spesso si trasfigurano di detto-non detto, di oggetti che si sostituiscono a veri gesti d’affetto, dell’oggettivo e del concreto che subissano il nostro aspetto più intimo e spirituale.

Ora vorrei tornare a parlare di disturbi alimentari, descrivendovi i disturbi del comportamento alimentare che toccano l’infanzia e la prima fanciullezza. Alcune difficoltà o disturbi dell’alimentazione che si manifestano nell’infanzia hanno un’evoluzione benigna e sono limitati nel tempo, altri però creano problemi di crescita o interferiscono nella vita familiare o scolastica e sociale. Poco o nulla si sa sul decorso e sugli esiti di questi disturbi dall’infanzia all’adolescenza fino all’età adulta, anche se è stato visto che alcuni comportamenti come mangiare senza piacere o mangiare troppo poco o le dispute familiari sul cibo aumentano il rischio di sviluppare anoressia bulimia o  abbuffate compulsive.

Il DSM IV classifica i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione dell’Infanzia o della Prima Fanciullezza in tre gruppi:

1. PICA la cui diagnosi comporta l’assunzione persistente di sostanze non alimentari per un periodo di almeno un mese, inappropriata rispetto al livello di sviluppo. Si tratta di un disturbo alimentare che secondo studi recenti colpisce circa il 10% della popolazione infantile.

“La Pica” è un disturbo che ha occupato molto spazio nei libri di pediatria e che è stato poco trattato dal punto di vista psicologico nonostante le notevoli implicazioni che esistono in questa area.

Questo disturbo si caratterizza per l’ingestione di materiali non commestibili di varia natura: Carta, pittura, foglie, gesso da lavagna, gesso, colla, plastica, terra, stracci, corda, capelli, escrementi, vermi, insetti, ciottoli, cibi per animali…

E non ci si deve dimenticare che in alcune regioni mangiare terra e alcuni tipi di insetti è una questione culturale, magica o ha un presunto valore medico come quello di ridurre il dolore, ecc.

La pica è comune nei bambini tra i 12 e i 24 mesi e di solito scompare verso i sei anni. E’ stata anche osservata in individui con ritardo mentale e in donne in gravidanza (in certe culture è molto comune tra le donne incinte l’ingestione di argilla).

Nei bambini “La Pica” viene associata a problemi di comportamento o altri problemi medici. Le complicazioni che comporta “La Pica” sono numerose e potenzialmente gravi e vanno dalla stitichezza ed emorragia intestinale grave, a possibili intossicazioni, diarree, cattivo assorbimento intestinale, anemie, perdita di peso, occlusioni e perforazioni intestinali; e nel caso di ingestione di pitture contenenti piombo o altre sostanze tossiche, esse possono provocare anche encefalopatia tossica.

Cause

  • “La Pica” infantile di solito si descrive come una parte del normale sviluppo e dell’apprendimento dell’essere umano, forma parte del comportamento esplorativo del bambino, un riflesso della sua capacità per imparare a distinguere ciò che è commestibile da ciò che non lo è (in questo non ci differenziamo dalle altre specie animali).
  • L’imitazione potrebbe essere un altro possibile fattore determinante, per esempio, nei luoghi con animali domestici è comune che i bambini mangino il cibo per animali imitandoli.
  • La negligenza e la mancanza di sorveglianza da parte dei genitori sono fattori che sono strettamente relazionati con il rischio di ingestione di prodotti tossici da parte dei bambini.
  • L’ambiente familiare ha un certo peso sulla comparsa de “La Pica”: Madri preoccupate per le cure dei figli, disturbi nutrizionali tra genitori e figli perché si da mangiare in modo aggressivo, svezzamento traumatico, non riuscire a soddisfare le necessità, denutrizione…
  • I ritardi nello sviluppo, la fame, la mancanza di minerali, e/o vitamine e la denutrizione possono essere possibili cause de “La Pica”.

Terapie e Trattamenti

  • Se è dovuto a un deficit di minerali o vitamine si devono somministrare integratori minerali o vitaminici adatti.
  • La terapia del comportamento ha dato buoni risultati nel trattamento de “La Pica”. Di solito si utilizzano tecniche di ipercorrezione (come il lavaggio orale immediato), ricompense per il fatto di mangiare cibi adeguati, rafforzamento negativo, apprendimento (per differenziare gli alimenti adeguati).
  • Aumento della sorveglianza.
  • Miglioramento delle opportunità di gioco (nuovi giocattoli).

2. DISTURBO DI RUMINAZIONE consistente in un ripetuto rigurgito e rimasticazione di cibo per un periodo di almeno un mese dopo un periodo di funzionamento normale non dovuto ad un’altra condizione medica generale (per es: reflusso esofageo). Il cibo parzialmente digerito viene rigurgitato in bocca senza apparente nausea , conati di vomito, disgusto. Il cibo poi può essere risputato, masticato o inghiottito successivamente.

Tale disturbo ha una rilevanza simbolica di come certi contenuti emotivi non possano essere subito “digeriti”, mandati giù perché troppo complessi e quindi necessitano di ulteriori elaborazioni. Ancora una volta abbiamo la possibilità di fare analogie fra cibo e contenuti affettivi. A  questo disturbo si possono associare altre problematiche quali denutrizione, maltrattamento e incuria, condizioni di vita stressanti o inadeguate, scarsa stimolazione, sensazione di fallimento di chi accudisce il bambino che si può allontanare da lui o perdere “la speranza” in una più adeguata nutrizione. Il disturbo si manifesta intorno ai 3-12 mesi ed è più frequente nelle femmine che nei maschi.

3. DISTURBO DELLA NUTRIZIONE O DELLA PRIMA FANCIULLEZZA si manifesta con mancanza di una alimentazione adeguata e incapacità ad aumentare di peso o significativa perdita di peso durante un periodo di almeno un mese, non secondaria ad un’altra condizione medica o ad un altro disturbo mentale, con esordio prima dei 6 anni di età. A questo disturbo si possono associare irritabilità, difficoltà a gestire il momento della nutrizione, problemi di interazione adulto-bambino, distorsioni del ritmo sonno-veglia.

Il disturbo può esordire anche intorno ai 2-3 anni di vita è anch’esso piuttosto raro ed egualmente diffuso fra maschi e femmine.

Tutti questi disturbi si possono manifestare in maniera isolata o in concomitanza a altri disturbi come ritardo mentale, autismo ecc… . Come dicevamo prima possono svilupparsi ulteriormente in disturbi alimentari in età più adulta oppure andare incontro a remissione spontanea o in seguito ad intervento terapeutico che miri fondamentalmente a modificare gli assetti emotivo-affettivi della famiglia.

I suddetti disturbi inoltre non sono molto frequenti e spesso sottostimati o non diagnosticati.

Per quanto riguarda le alterazioni del normale comportamento alimentare possiamo poi individuare anche deviazioni specifiche verso l’ipofagia, mangiare poco e l’iperfagia (mangiare tanto) potenziali precursori di disturbi alimentari come anoressia, bulimia e binge eating disorder, ai quali sottende tuttavia una particolare motivazione inconscia che risale alla ricerca di attenzione, all’emotività non adeguatamente espressa e ad una intensa e incomprensibile sofferenza del bambino a cui va sicuramente data forma e nome, spesso con un intervento specialistico.

Infine vorrei parlarvi di un altro problema legato al cibo e all’infanzia: l’OBESITA INFANTILE. L’obesità infantile è attualmente il problema nutrizionale più diffuso in età pediatrica con una crescita allarmante negli ultimi anni, soprattutto nei paesi industrializzati (la prevalenza del sovrappeso è del 10,4%, 15,3% e 15,5% per i bambini e adolescenti tra i 2-5, 6-11 e 12-19 anni). A partire dall’infanzia l’obesità si associa ad alterazioni dismetaboliche che costituiscono il preludio di quelle dell’adulto e nel bambino stesso gli effetti psico-fisici dovuti al sovrappeso sono immediatamente visibili (problemi relazionali e di autostima dovuti al fatto di essere presi in giro e di vivere in una società che stigmatizza le persone con problemi di peso, problemi ortopedici, respiratori e ginecologici).

Pochi sono gli studi effettuati e quindi disponibili nella letteratura internazionale riguardo i risultati a lungo termine del trattamento dell’obesità infantile. Da essi è emerso che la prognosi è migliore che non nell’adulto, perché l’accrescimento del giovane mantiene elevato il fabbisogno energetico anche dopo il calo ponderale e c’è maggiore facilità nel cambiamento dello stile di vita e del comportamento alimentare; il mantenimento dei risultati ottenuti costituisce però il problema principale del trattamento. La Terapia Familiare Comportamentale applicata ai bambini obesi e alle loro famiglie, che enfatizza il cambiamento nello stile di vita e il controllo del peso del bambino e dei suoi genitori, produce un decremento significativo del peso a 10 anni di follow-up nel 34% dei bambini obesi.

Proprio per questo e proprio perché i figli, i giovani e il loro comportamento sono un po’ lo specchio dei nostri atteggiamenti e delle nostre abitudini, del nostro esempio, più che delle nostre parole o “prediche”, vorrei con una piccola riflessione sulla nostra alimentazione.

Qual è il nostro rapporto con il cibo?

Bibliografia

  • DSM IV  Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali” ed. Masson
  • La ferita dei non amati di P. Schellenbaum ed. Red
  • Fonti Istat