Autore: Dott.ssa Emanuela De Bellis

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Una professoressa di Palermo, nel 2012, è stata processata e condannata per abuso di mezzi di correzione.Angoscia


L’insegnante, di scuola media, manteneva un atteggiamento vessatorio verso un suo alunno di 11 anni, umiliandolo con espressioni volte ad intaccarne la dignità, minacciandolo di sottrarlo alla tutela dei genitori, costringendolo a scrivere 100 volte sul suo quaderno la frase “Sono un deficiente”. Il bambino aveva accumulato un disagio psicologico talmente grave da necessitare cure mediche e un percorso di psicoterapia.

Immagino siamo tutti in accordo con la sentenza di condanna, che possiamo condividere il sentimento di indignazione nell’apprendere come tuttora vengano perpetrati tali abusi  a danni di creature deboli e indifese da parte di adulti che dovrebbero educarli, e ci chiediamo cosa possa spingere una donna adulta a prendersela con un bambino.

La riflessione che voglio proporvi riguarda il resto della storia: non cosa succeda dopo la sentenza, ma cosa sia successo prima.

In primo grado, infatti, quell’insegnante era stata assolta: il giudice di prime cure aveva ritenuto che i castighi da lei inflitti fossero non solo rispettosi dell’incolumità fisica e psichica del minore, ma legittimi  e indispensabili mezzi pedagogici e disciplinari, volti a contrastare i ripetuti e gravi atti dell’alunno, sostanzialmente riassumibili sotto la dici tura di “bullismo”.

bullismo2L’alunno, infatti, era autore di reiterate prepotenze e vessazioni ai danni di un compagno, che andavano dall’additarlo come omosessuale o femminuccia all’impedirgli di accedere al bagno dei maschi; un vero e proprio bullo, insomma, che non si era mai voluto scusare, su cui i rimproveri sembravano rimbalzare, e che continuava ad agire impunito e incurante.

Ora facciamo un piccolo esperimento e supponiamo di aver letto questa storia dalla fine, e non dall’inizio: quanti di noi avrebbero considerato se non adeguato, quantomeno giustificabile, o anche solo comprensibile l’atteggiamento dell’insegnante? Proviamo ad andare ancora più nel profondo e, con onestà e coraggio, chiediamoci quanti di noi avrebbero reagito allo stesso modo al posto di quell’insegnante.

Sicuramente il giudice di prime cure lo ha considerato legittimo, focalizzando l’attenzione sulla tutela del compagno maltrattato, argomentando che il termine “deficiente” andasse inteso nell’accezione di “mancante”, indicando la carenza di sensibilità del bambino nei confronti del compagno.

Eppure le considerazioni che abbiamo esposto all’inizio dell’articolo sono valide in ogni caso: anche se il bambino era un bullo, infatti, resta sempre una creatura più debole e indifesa di un adulto, e la professoressa resta sempre un adulto in una relazione di potere. La differenza sta quindi nel fatto che in questo caso il bambino “se lo merita”?

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Ho scelto di parlare di questo caso proprio perché rappresenta la complessità del fenomeno del bullismo e della violenza nelle relazioni: spesso, nelle compagne di sensibilizzazione contro il bullismo nelle scuole degli ultimi anni, mi è sembrato che il focus fosse troppo spostato sulla stigmatizzazione dei comportamenti prepotenti, su una fissità dei ruoli di “vittima” e “colpevole”; mi sono confrontata con teorie che vedono il bullo come dotato di minore sensibilità, o empatia, nei confronti del prossimo (guardate, nell’immagine della campagna di Roma Capitale, quanto sia brutto fisicamente); ho notato come la maggior parte degli interventi volti alla tutela si concentrino intorno alla vittima.
Mi sembra di assistere a una dicotomizzazione continua, a una separazione tra “buoni” e “cattivi” che porta, inevitabilmente, a un rafforzamento del fenomeno.

La strategia portata avanti dall’insegnante, sicuramente portata all’esasperazione, non faceva altro che rafforzare l’idea che le relazioni siano basate su rapporti di forza, in cui il più debole soccombe al più forte, che prevarica. Un modello che alimenta il fenomeno del bullismo, anziché romperne il meccanismo.

Stigmatizzare l’immagine del violento non fa che allontanarne il ruolo dalla nostra coscienza, impedendone qualsiasi forma di appartenenza: sappiamo però che solo il riconoscimento degli aspetti più oscuri di noi può portare a una trasformazione reale degli atti. Finché il bullo rimane un Altro, un alieno, non si riuscirà a combattere radicalmente il problema, perché non sarà mai possibile individuarne le radici.

Cerchiamo di andare sempre in profondità, allora, di andare oltre la divisione tra “buoni” e “cattivi”: cominciamo a guardarci allo specchio, e a chiederci quotidianamente quali dei nostri atteggiamenti, pensieri, modelli mentali influenzano la realtà dei bambini, condizionandone i comportamenti.

Cosa ne pensate? Quali degli atteggiamenti adulti rafforzano i comportamenti violenti di bambini e ragazzi? Quali interventi potrebbero realmente combattere il bullismo? Lasciate un commento.

Nota: I dati del caso sono riportati nel libro “La Sculacciata”, 
di Olivier Mau