Autore: Dott.ssa Laura Canis

 

L’aggressività di Cristina, dodicenne con un disturbo in evoluzione verso la personalità borderline

Conosco C. circa 2 anni fa. É una ragazzina dodicenne cresciuta in un nucleo familiare monogenitoriale, ed è stata da me seguita durante un periodo di 13 mesi, secondo un progetto di affido. Tale progetto prevedeva che C. venisse affiancata durante le ore pomeridiane da un’educatrice, il cui ruolo era quello di aiutarla nei compiti e nelle principali attività quotidiane, quali ad esempio apparecchiare la tavola, preparare il pranzo, svuotare lo zaino… cercando di promuovere in lei una sempre maggiore autonomia. Oltre all’educatrice, il progetto coinvolgeva altre figure professionali: uno psicologo, presso cui C. si recava settimanalmente, una neuropsichiatra infantile ed alcuni esponenti di un’associazione onlus della città, il cui ruolo era quello di governare il progetto dall’alto ed indicare, giorno dopo giorno, in base all’evoluzione della situazione, le linee guida e comportamentali che ciascuno doveva seguire per la buona riuscita del progetto stesso, ed infine un assistente sociale, il cui ruolo era fondamentalmente quello di occuparsi delle questioni più burocratiche e finanziarie.

C. mi viene presentata come avente problematiche di tipo affettivo – relazionali, accompagnate da un lieve ritardo mentale, ma ben presto mi rendo conto che presenta in modo ricorrente anche altri aspetti quali l’aggressività e l’ambivalenza, riconducibili ad una patologia in evoluzione di tipo borderline. Ben presto mi rendo conto che la sfida è la modalità con cui C. sollecita il mondo esterno ed in particolare le persone con le quali intrattiene una relazione significativa, probabilmente con la finalità di “testare” queste persone, per vedere fino a che punto possa spingersi, fino a che punto queste persone siano disposte a continuare a volerle bene. Pare che queste sfide non vengano messe in atto nei confronti di chiunque ma solo nei confronti di chi, ai suoi occhi, soddisfa una duplice condizione: intrattenere con lei una relazione significativa e darle la certezza di poter attuare atteggiamenti di sfida senza per questo mettere a repentaglio la relazione.

In diverse occasioni mi sono infatti trovata ad affrontare una ragazzina fortemente aggressiva nei miei confronti, ma che passata la fase di acting out scoprivo puntualmente non essere effettivamente arrabbiata con me, quanto piuttosto semplicemente incapace di riconoscere la realecausa del suo malessere.

Aggressività e funzione riflessiva nel disturbo borderline

La capacità di C. nel riconoscere le cause effettive dei suoi disagi (solitamente legate a problematiche familiari) sono migliorate nel corso nei mesi. Durante i primi mesi dell’affido infatti C. mostrava evidenti difficoltà ad entrare in contatto e, soprattutto, a riconoscere le sue emozioni e sentimenti di disagio, che si traducevano puntualmente in manifestazioni di aggressività. Solo col tempo e con la pazienza, e grazie ad un lavoro di équipe svolto dalle varie figure professionali che ruotavano attorno a questo progetto di affido, C. ha imparato a dare un nome alle sue emozioni, a riconoscerne la causa e ad affrontarle in un modo più costruttivo. Esemplificativa è la volta in cui dopo aver picchiato e quasi torturato, urlando e imprecando contro la sua tartaruga d’acqua, C. si è accovacciata accanto a me, che avevo deciso di rimanere in disparte durante tutta la manifestazione della crisi e, dopo un lungo pianto, si è addormentata. Al risveglio, dopo una buona mezz’ora, sfruttando la freschezza del ricordo ma anche la lucidità del momento (prima non presente) è iniziata la riflessione, durante la quale la ragazza ha collaborato in modo attivo e costruttivo. Durante tale episodio ho innanzitutto fatto notare a C. che la rabbia che lei scarica su chi le sta attorno, generalmente (come anche in questo caso specifico) non è causata da questi, bensì da terzi o comunque da circostanze esterne. A proposito di questo ho tentato di farla riflettere sulla necessità di “scaricare” in altro modo le sue tensioni cercando di farle capire che, se possibile, può essere molto più utile e costruttivo interpellare il diretto interessato che le ha causato la sofferenza o l’arrabbiatura affrontando cioè il problema in modo diretto, anziché scaricandosi con chi non c’entra nulla col suo malessere. Qualora questo non fosse possibile, abbiamo individuato, come soluzione alternativa, la possibilità di scaricare la sua rabbia in altro modo, ad esempio prendendo a pugni un cuscino, strategia che nei mesi successivi ha funzionato.

Aggressività ed erronee attribuzioni causali: il recupero della funzione riflessiva

Dalla situazione appena esposta è evidente che nel corso dei mesi C. ha migliorato la sua capacità di riflettere sulle vicende che le accadono e sulle emozioni che queste provocano in lei. All’inizio dell’affido infatti C. faceva molta difficoltà a riconoscere le sue emozioni e le cause effettive dei suoi stati d’animo negativi, mentre col tempo ha adottato una nuova strategia. All’epoca dell’episodio appena descritto, C. terminata la crisi, manifestava ancora la tendenza di attribuire inizialmente la causa della sua rabbia ai motivi più svariati, ma aveva imparato a recuperare in pochi minuti la lucidità, dimostrandosi disponibile al dialogo ed alla riflessione. Questo la aiuta ad individuare la reale causa del malessere, che ora, diversamente dai primi tempi, riesce piùfacilmente a nominare e che è solitamente legata al tema dell’abbandono. Ho tentato diverse volte di trovare un perchè agli improvvisi attacchi di C. e l’ipotesi più plausibile che sono riuscita ad individuare è che C. utilizzi questi atteggiamenti per scaricare la rabbia e la frustrazione che periodicamente accumula.

Conclusioni

Ormai sono trascorsi quasi 2 anni da quell’episodio e dal termine del progetto d’affido, ma nonostante ciò continuo a sentire ancora C., che ogni tanto mi telefona per raccontarmi delle sue esperienze scolastiche o più semplicemente per salutarmi. Dal punto di vista della patologia di C. non ho più avuto notizie dal momento in cui si è formalmente concluso l’affidamento ma, a giudicare dalla relazione che comunque continua ad esistere tra noi per suo volere, credo che C. abbia trovato in me un punto di riferimento, un’ “amica” a cui far riferimento nei momenti di disagio. E credo che questo, per un soggetto come C., la cui causa scatenante dei disturbi è stato l’abbandono dal padre esperito durante la prima infanzia, possa certamente essere un valido supporto nella processo di cura.