Autore: Dott.ssa Marzia Cikada

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Un genitore efficace è quello che si concede di essere una persona, una persona autentica. I figli apprezzano molto queste qualità di schiettezza e di umanità nei propri genitori.

Thomas Gordon

Che ruoli può succedere di giocare in terapia? Certamente i ruoli più importanti, quelli che maggiormente condizionano, nel bene e nel male, la vita di ognuno. Così, capita spesso che si cerchi in terapia il genitore buono, ma anche il cattivo, il padre, la madre che non abbiamo conosciuto, o abbiamo conosciuto fin troppo bene, nella quotidiana esperienza. Molti possono non avvedersene mentre decidono di iniziare una terapia, ma un terapeuta di certo non può non fare attenzione al ruolo che “rischia” di accettare. Anzi. Dal primo incontro, deve ben avere presente a cosa potrebbe essere chiamato a “giocare”, trasformando l’incontro in un punto di forza e non in una debolezza della terapia.

Cosa fa un genitore? Si occupa del proprio bambino. Lo protegge, lo nutre, gli offre sicurezza, impartisce la norma mentre lo accudisce sotto molti aspetti. Quando il terapeuta finisce con l’occupare un ruolo genitoriale, questo da una parte crea l’opportunità di sperimentare, facilitare, promuovere nella persona che incontra ruoli diversi, non rigidi, anche giocando il doppio ruolo di madre e padre insieme. Nella stanza di terapia, si crea una situazione nuova, per molti difficile da accettare anche se positiva all’apparenza, perchè significa sviluppare e far propria, una nuova percezione di sicurezza, di esserci come facente parte del tutto e allo stesso tempo come realtà autonoma, un individuo perfetto nella sua vulnerabilità.

Il ruolo del genitore è delicato, i bambini crescono intorno e dentro la relazione che instaurano con il genitore. Scrive Umberto Galimberti ( I vizi capitali e i nuovi vizi, 2003):

I figli, come gli animali, sentono quando c’è la paura dei genitori, e, quando non c’è, sentono il loro sostanziale disinteresse emotivo. Soli da piccoli, affidati alla televisione o alle prestazioni mercenarie dell’esercito delle baby-sitter, questi figli, figli del benessere e della razionalità, crescono con un cuore dapprima tumultuoso che invoca attenzione emotiva, poi, quando questa attenzione non arriva, giocano d’anticipo la delusione e il cinismo per difendersi da una risposta d’amore che sospettano non arriverà mai.

Ecco che, una volta entrati in una relazione terapeutica, ci si trova nella condizione diricostruire nuove modalità, grazie al terapeuta che può assumere il ruolo di padre che spinge all’emancipazione, di madre che nutre, rinforza,  accompagna alla crescita, al diventare adulti. Sono ruoli necessari per prendere il proprio posto nel mondo, per fare esperienza di quello che si vive e vuole vivere, lasciando andare vecchie aspettative, stereotipi, richieste familiari non sentite come genuinamente proprie, il “dover essere” per il “sono”.

Le mancanze della relazione genitoriale originale, possono essere affrontate, accettare ed è possibile creare nuovo spazio di crescita e consapevolezza, un nuovo modo di essere vivo che sia ciò che risponde ai bisogni dell’individuo e non più alle debolezze, mancanze, frustrazioni del genitore. Questo significa anche accettare i limiti dei propri genitori, farsene carico senza per questo rallentare il proprio percorso, portandoli come si porta una storia che ha permesso di essere quello che si è, pur nelle sue imperfezioni, prendendo per sé la possibilità di sceltecongrue al proprio essere e non dettate da quello che il genitore avrebbe voluto si vivesse e non per questo guadagnandosi il senso di colpa per non essere come la famiglia si aspettava.

Il terapeuta si fa genitore quando mi mostra per generare un cambiamento che rende le persone più libere dai condizionamenti, libere anche di sbagliare a modo loro, di andare oltre i limiti che storie familiari e hanno scritto per lui, capaci di esprimere anche emozioni forti, come la rabbia, per esempio. Il terapeuta si fa genitore nella misura in cui accompagna ad accettarsi, quando riesce a far comprendere chiaramente e in maniera semplice, che si può fare proprio anche quello che non va, anzi, soprattutto quello che non va.  Insegnare la disapprovazione non come ferita mortale per ogni rapporto o giudizio su cosa sono le persone, ma come un particolare che non cancella la relazione, che esiste e resiste.

Allo stesso tempo, come i genitori, il terapeuta apprende e impara da chi incontra.Sigmund Freud scriveva che “si dice che i genitori rimangono giovani nei figli, ed è questo uno dei più preziosi vantaggi psicologici ch’essi ricavano da loro.“L’incontro in terapia, lungi dal funzionare ad una sola direzione, svolge un ruolo importante anche per lo psicologo, che apprende e cresce insieme con la persona che di fronte. Come accade in natura, il genitore impara dal proprio figlio, se glielo permette, tante cose su sé stesso che sarebbe impossibile immaginare se non accettasse la sfida di mettersi in relazione con il bambino.

La preziosa quanto delicata relazione terapeutica, però, perchè funzioni realmente non deve creare un legame di dipendenza, simbiotico, non deve creare per la persona nuovi limiti ma essere un trampolino di lancio da cui conquistare il suo mondo. Per questo, il delicato equilibrio è proprio nel sostenere, cambiare le cose ma gradualmente e senza incertezze sapersi allontanare, indicare la strada sapendo che è possibile percorrerla con le proprie gambe.

Deve essere chiaro che la relazione terapeutica potrà fungere da palestra dove imparare ad agire, comunicare, litigare, accettarsi ma non è nello studio dello psicologo che si deve fare tutto questo, bensì nel mondo, nella storia di ogni giorno dove si incontrano le altre persone. La fatica allora è capire in momento in cui concludere lo spazio di terapia. Accompagnare alla porta, fiduciosi che sia possibile un nuovo e migliore modo di riempire il proprio tempo. Per entrambi.

Perché nessuno psicologo, non di certo io, può continuare a lavorare senza saper ringraziare chi lo ha scelto per il tempo di un cambiamento, per sistemare le cose, come raccoglitore di memorie e di storie. La speranza è quella di aver imparato abbastanza da fare in modo che si possa fare del proprio meglio per la propria vita senza il terepeuta. La speranza del terapeuta è che le persone ce ha incontrate possano camminare lungo una strada che loro stessi hanno tracciata. Possano, persino, dimenticarsi di aver avuto a che fare con una stanza di terapia.

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