Autore: Dott.ssa Ada Moscarella

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Ci aveva pensato già Marge Simpson, rimproverando il figlio Bart che canzonava gli universitari:

Bart non prendere in giro i laureati! Hanno fatto solo una scelta di vita sbagliata!

A rinnovare lo sconforto ci pensano gli ultimi dati di Almalaurea, pubblicati il 16 aprile.

Non sono una fan di Almalaurea e ammetto che avrei ignorato l’esistenza del rapporto se non fosse che alcuni colleghi hanno provato ad evidenziare il ritratto che emerge per quanto riguarda gli psicologi.

Non ci vuole particolare chiaroveggenza per immaginarsi cosa c’è scritto: gli psicologi hanno difficoltà occupazionali e di reddito.

L’articolo dei colleghi non è nemmeno di 30 righe, niente di più di una notizia riportata con un titolo provocatorio: “Laurearsi in psicologia è una pessima scelta: Lo dice Almalaurea”. 

Di per sé, non è nemmeno di particolare interesse contenutistico: i problemi occupazionali degli psicologi sono notissimi.

Più interessante è invece la reazione dei colleghi, che forse paradossalmente evidenzia alcune peculiarità che rendono problematica la soluzione di almeno alcuni degli aspetti che generano quelle stesse difficoltà evidenziate dai numeri.

Oltre ogni previsione degli stessi autori, l’articolo fa un boom di condivisioni e commenti, che si dividono in maniera per lo più equa su due estremi:

Psicologi Pollyanna: niente brutte notizie per favore, fatemi continuare a sognare che la mia appassionata passione risolverà tutti i problemi;

–  Psicologi Calimero: è tutto vero, buuuu, nessuno capisce noi poveri psicologi, il mondo è cattivissimo, i medici sono cattivissimi, gli Ordini sono cattivissimi.

Se la cosa vi suona vagamente buffa, è probabilmente perché queste stesse persone non si sognerebbero mai di avere una reazione del genere mentre si trovano nello studio con un paziente.

Mai si sognerebbero di dire ad un depresso che,

suvvia, basta un po’ di zucchero e la pillola va giù!

e nemmeno che

il mondo è cattivo e non c’è nulla da fare, tanto vale non alzarsi la mattina.

Analizzerebbero il contesto, individuerebbero limiti e risorse, cercherebbero strategie, cercherebbero di allargare la mappa, di portare complessità laddove un’ottica lineare non lascia via di scampo.

Niente di tutto questo: i problem solver per definizione, capacissimi di scovare nuove vie laddove gli altri vedono solo muri, si dimenticano di applicare quegli stessi principi almeno di analisi (non mi azzardo nemmeno a dire di azione) ai propri contesti professionali.

Così,

  • i Calimero, provatissimi dalla frustrazione, nel migliore dei casi si lastricano la via verso una vita professionale fatta di affanni e insoddisfazioni in fila;
  • i Pollyanna, si accontentano delle promesse degli psicologi in tutti i luoghi e in tutti i laghi, che risaltano fuori a ogni campagna elettorale.

Entrambi, comunque, si tengono ben alla larga dal locus of control, sempre il più esterno possibile.

A voler essere pignoli, calimeri e pollyanne se ne vedono anche in politica professionale, ed è difficile stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina.

I calimeri auspicano la disintegrazione di ogni istituzione degli psicologi, le pollyanne continuano a promettere psicologi di base, psicologi nelle scuole, psicologi nelle carceri, a partire proprio da domani.

In mezzo, nella vita professionale e nella politica professionale, qualcos’altro.

Qualcos’altro forse troppo disomogeno per rappresentare uno zoccolo duro.

Qualcos’altro che forse ancora non trova il modo di condividere e accattivare affinché si mollino le pollyanne e i calimeri.

Qualcos’altro che farebbe bene a non liquidare troppo superficialmente quanto è successo…