Set 17, 2013 | Psicologia |
Autore: Dott. Antonello Schiaccitano
leggi Blog dell’Autore http://www.analisilaica.it/2013/09/16/perche-parlare-di-falso-psicanalisi/
In prima battuta devo giustificare la presenza di psicanalisti tra i filosofi che si sono impegnati a dedicare un intero numero della loro rivista alla potenza del falso. Devo farlo perché sono ragionevolmente sicuro che la maggior parte dei presenti ignora quanto la pratica psicanalitica sia pervasa – direi addirittura invasa – dalla potenza del falso, secondo la bella espressione di Damiano Cantone. Devo addirittura precisare che il falso che abita la psicanalisi è sì una potenza, ma non è in potenza. Quello psicanalitico è un falso in atto e presente in numerose varianti nei fenomeni della cura psicanalitica; non esagero dicendo che il falso ne costituisce il nerbo.
Ecco un breve elenco.
L’amore di transfert, che l’analizzante sviluppa per l’analista, è un amore ambiguo, mescolato all’odio; è un amore falso; sicuramente più falso dei cosiddetti amori spontanei; secondo Freud l’amore di transfert non è amore, ma è resistenza al procedere del lavoro analitico di scavo nell’inconscio. “Chi non lavora non fa l’amore”, diceva una canzonetta. In analisi si fa l’amore per non lavorare, cioè per non procedere nella cura.
I sintomi nevrotici sono falsi godimenti; sono godimenti sostitutivi, diceva Freud; sono godimenti regolarmente mescolati alla sofferenza psichica; ecco ancora una volta il falso, che arriva a essere tanto falso da forzare il soggetto a chiedere l’aiuto di un analista per uscirne.
I sogni – dice ancora Freud (tra parentesi: i miei riferimenti a Freud non sono casuali; io sono e resto freudiano anche quando critico aspramente Freud sul piano scientifico) – sono false realizzazioni di desiderio; realizzano il desiderio in modo così spostato e deformato da renderne regolarmente irriconoscibile da parte del soggetto la soddisfazione.
E i ricordi? I ricordi sono quasi sempre falsi ricordi, che coprono i veri ricordi da riscoprire – il termine freudiano è “costruire”, talvolta ex novo – con il lavoro di analisi. I ricordi sono ricordi di copertura, diceva Freud.
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Set 16, 2013 | Psicologia |
Autore: Dott.ssa Simona Esposito
A volte il ritardo è causato dal non aver sentito la sveglia, dal traffico, nel aver perso il treno ma quando il ritardo è cronico bisogna andare a vedere le motivazioni sottostanti. Quindi non può essere spiegato con la distrazione o con una casualità ripetuta, il ritardo è il più delle volte un messaggio importante o un’espressione di un qualche disagio che viene negato anche a se stessi, bisogna andare a vedere le motivazioni inconsce. Quando si è dei cronici ritardatari e non si riesce a modificare questo comportamento occorre, per essere puntuali, comprendere l’origine della mancanza di puntualità, un lavoro che si può fare con l’aiuto dello psicoterapeuta. In genere ritardatari sono coloro che hanno una personalità fragile e insicura che utilizzano il ritardo come uno stratagemma per affermare se stessi. Il ritardo può essere visto come una richiesta di attenzione, come l’affermazione della propria indipendenza, come ribellione… Vediamo, infatti, che spesso i ritardatari hanno avuto uno schema educativo molto rigido in cui era presente una richiesta di non deludere le attese, così l’individuo con il tempo ha trasferito inconsciamente il suo senso di oppressione su altre persone che appaiono richiedenti, sia nei rapporti professionali che privati. Per cui l’individuo utilizzerebbe il ritardo e il rifiuto della puntualità come forma di ribellione all’obbedienza. Poiché l’essere in un certo posto ad una certa ora risulterebbe un obbligo e una limitazione alla propria libertà. Altre volte il ritardo è la manifestazione inconscia del rifiuto di fare cose che non si vogliono fare, è la messa in atto di un rifiuto e di uno scarso interesse. In altre circostanze il ritardo indica il volersi prendere del tempo per se stessi. Chi è spesso in ritardo ha magari una giornata piena di impegni a cui non può mancare e ha la sensazione inconscia di non essere padrone della propria vita e del proprio tempo; per cui il ritardo diviene la forma inconscia di protesta, nel tentativo di riprendersi, almeno parzialmente, quel tempo che gli impegni della giornata sottraggono. Un’altra motivazione inconscia del ritardo è il desiderio di attirare l’attenzione degli altri su se stessi: chi arriva in ritardo ad un occasione importante ha spesso gli occhi di tutti puntati su di se. A livello inconscio, il ritardo può essere un modo di mettere alla prova l’amore di amici e conoscenti. E’ un po’ come se noi ci dicessimo: “Vediamo un po’ se ci tengono a me, se mi aspettano, allora sono importante per loro”, il ritardatario impone a chi lo aspetta di pensarlo e desiderarlo. Il ritardo, abbiamo visto, si tratta di un comportamento inconscio e, in quanto tale, è difficile da gestire e modificare, nonostante ci sia la buona intenzione di giungere puntuale.
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Set 13, 2013 | Psicologia |
Autore: Dott.ssa Simona Saggiomo
Secondo i dati Istat “a dicembre il tasso di disoccupazione raggiunge l’8,5%, facendo registrare un +0,2% rispetto a novembre e un +1,5% nel confronto con lo stesso mese del 2008.
Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 138 mila unità, in crescita del 2,7% (+57 mila unità) rispetto al mese precedente e del 22,4% (+392 mila unità) rispetto a dicembre 2008” (da www.italialavoro.it) e questo non è un dato sociologico confortante.
Purtroppo di questi dati ne sono pieni i giornali e le cronache anche nazionali, perché comportano la discussione su quale futuro avranno i lavoratori con enorme preoccupazione verso le famiglie e la futura generazione. Non possiamo purtroppo agire direttamente su questi dati: troppo lontana la distanza tra necessità governative e necessità lavorative dei singoli, che altro non possono che protestare davanti alle sedi, fare sit-in , scioperi e alzare la voce contro chi non ascolta i reali bisogni di chi lavorava e ha sempre lavorato e ora si trova in cassa integrazione o peggio senza lavoro.
A tal proposito conosciamo molto bene anche dalla televisione e dai programmi divulgativi quanta difficoltà economica ci sia dietro tutto questo: un aumento dell’aiuto da parte delle famiglie di origine, magari in pensione, che si trovano a dover gestire nuove spese di mantenimento, e per i meno fortunati c’è lo sfratto per morosità.
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Set 12, 2013 | Psicologia |
Autore: Dott.ssa Ada Moscarella
Alla fine ti sei scoperto psicologo delle Terre dell’Ovest, hai sentito che anche per te non è questo il giorno.
E hai deciso che tentare di diventare uno psicologo ne vale la pena.
Sin da subito mi è sembrato profondamente ingiusto non dare seguito al mio post precedente (Tutta la vita davanti: ti conviene iscriverti a psicologia?) e non dire qualcosa a chi, nonostante tutto, più o meno consapevole di cosa l’aspetta, ha deciso di intraprendere questo percorso.
Scrivo consapevole del fatto che i percorsi di vita sono talmente personali e le motivazioni così soggettive che non mi sento di dare suggerimenti come se io fossi chissà chi.
Partirò come sempre dalla mia esperienza personale, per lasciare al massimo qualche spunto di riflessione…Queste sono le idee che hanno fatto e fanno star bene me; le idee che mi danno la spinta a continuare ancora questo percorso di vita.
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