I lutti del Vajont

Autore: Dott.ssa Simona Saggiomo

La tragedia del Vajont non ha inizio il 9/10/1963 quando dal monte Toc si è staccata una frana stimata 260 milioni di metri cubi e che, precipitando nel bacino del lago, ha raggiunto le sponde di Casso, Erto e spazzato via Longarone e molte frazioni circostanti (Bepi Zanfron, Vajont, 2000), ma quando, anni prima, qualcuno decise di costruirla. Molti tipi di lutti, psicologici e fisici, si sono succeduti e ancora oggi, frequentando quei luoghi della Memoria, avvengono.

Il lutto è una perdita e crea un grande senso di vuolto e di disperazione, stordimento, dolore profondo, incosolabile, che trasforma la persona coinvolta. In psicologia per poter asserie che un cambiamento è positivo, è utile valutare la qualità del nuovo adattamento, monitorando come la persona ha elaborato il lutto. Non è scontato sottolienare che molte persone la perdita non la elaborano in modo positivo, ed il risultato è un lutto patologico ( Bowlby J., Attacamento e perdita, Bollati Boringhieri, 1983). In questa umana tragedia molte perdite si sono volute dimenticare, rimuovere ,  negare, per l’incapacità delle persone coinvolte di dare un posto a sentimenti forti e potenti come quelli della scomparse plurima di genti e comunità intere. Molti processi di elaborazione devono ancora oggi essere fatti per poter dire che la tragedia del Vajont è stata affrontata e superata, ma spesso le difese sono inconsapevoli, segno che il trauma è più presente di quanto non si voglia far credere.

Per meglio capire di che cosa ancora oggi soffra la Comunità restante, bisogna fare un passo indietro e capire dal punto di vista psicologico che cosa sia un lutto e le sue caratteristiche (ibidem).

Il lutto presenta quattro fasi : stordimento, ricerca e struggiemnto per ciò che si è perso, disorganizzazione e disperazione, fase di riorganizzazione. La prima fase corrisponde all’onda che ha travolto le sponde del lago artificiale,  Longarone e le sue frazioni,  le case, i sogni,  gli animali, i ricordi e le speranze. Tutto ciò che il vento, l’acqua e il fango si sono portati via ha determinato incredulità per chi arriva subito dopo, per gli Alpini e tutti i soccorritori; al mattino, infatti, tutto appare ancora più sconvolgente, visi attoniti e spaventati, Superstiti che cercano la propria casa, o qualcosa che la ricordi, gente ammutolita che non sa più dove siano il paese ed i cari che la notte prima dormivano e sono rimasti travolti. Il primo momento è quello della reazione a quanto è accaduto, con implicita incredulità, come di fronte al Campanile di Pirago, rimasto in piedi miracolosamente; ma lo stesso accade dopo, anni dopo, di fronte alla Chiesa nuova di Longarone assolutamente contrastante col sentimento storico e di memoria culturale dei Sopravvissuti, che non sentono alcun legame affettivo e commemorativo verso una costruzione lontana dalle radici della prima Comunità. E lo stesso vale per Erto: appena sotto le nuove case c’è un paese fantasma, abbandonato per il pericolo imminente del post- frana, ora mostra la sua anima profondamente diversa da quella ripulita dal fango. Ma un momento di stordimento assoluto è il Cimitero Monumentale di Fortogna: un luogo della Memoria che poco ha favorito l’elaborazione positiva del lutto per chi andava a trovare i propri cari. Non un fiore, non una foto, tutto impersonale e freddo, che lava via i ricordi al posto di favorirli, che rimuove i fatti emotivi piuttosto che dar loro uno spazio fisico e mentale.

Dopo questa prima fase, i Superstiti, i familiari accorsi sul luogo e tutti i Soccorritori che scavano per seppellire di nuovo, cominciano a rendersi conto di ciò che è accaduto e iniziano a comprendere la vastità della perdita, fisica e psicologica. E’ questo il momento della rabbia e del pianto incosolabile, quella che nasce dal non trovare più la propria casa, i propri cari, i propri punti di riferimento di una Comunità cancellata dall’onda del Vajont.Si piange fino a quando non si hanno  più lacrime, si sente una profonda amarezza e un dolore che prende sempre più forma. Tutto questo  nel corso delle settimane successive diventa  più intenso, perché l’oggettività dell’accaduto è sotto gli occhi di tutti: la perdita di un caro, della famiglia, del proprio paese, della propria casa. Si iniziano a celebrare i primi riti funerari, momento di svolta tra ciò che è passato e ciò che sarà. Il funerale, infatti, raccoglie molteplici significati: è il tempo della commemorazione di tutto ciò che si è perduto, ma è anche il momento della rabbia dei Sopravvissuti che non si spiegano perché tutto questo sia successo ad altri e non  a se stessi. Si identifica un colpevole, la ENEL-SADE , che funge da caprio espiatorio per ogni lutto  e perdita.  Ma anche questo sentimento è nato prima, anni prima, quando la SADE durante la fase di progettazione della diga ha legalizzato gli espropri delle case lungo il fiume, dei terreni su cui intere famiglie vivevano grazie all’agricoltura,ed ha permesso, durante i primi invasi, l’allagamento di tutte le costruzioni intorno al futuro lago.

In seguito alla catastrofe inizia la solitudine, manca un contenitore fisico per far fronte a tutte le necessità dei familiari rimasti soli e dei Superstiti : c’è bisogno di una rete sociale, un sostegno che vada oltre l’appoggio concreto, ma che si faccia carico di tutti i  loro sentimenti. Anche chi arriva da fuori, le Istituzioni dello Stato, i rappresentanti di altri Comuni esprimono la propria incredulità dell’accaduto e fanno promesse per aiutare i sofferenti, che si sentono soli, che si chiudono nel loro dolore e aspettano che tutto passi, forse.

 Ma per pensare a tornare a stare bene, bisogna attraversare prima una lunga sofferenza; per mettere la parola “fine” e voltare pagina, è necessario toccare un dolore profondo e autentico; solo dopo si potrà pensare ad una ricostruzione psicologica della perdita. Questa sofferenza, però, non è fine a se stessa: ha la funzione di permettere l’espressione della rabbia e del dolore intenso e ora, solo adesso, si può iniziare a ragionare su un possibile “dopo” Vajont. In tal modo si può riflettere su come ricostruire Longarone, Erto, quali criteri usare e rispettare per creare un legame col passato, senza s-travolgerlo di nuovo, su come usare la Memoria dei Sopravvissuti per la nuova Comunità da ricostruire. Questo momento ha la funzione di realizzare che ciò che c’era prima non esiste più, che i nostri Cari non torneranno a casa dopo il lavoro, che la Chiesa dove ci si è sposati non può celebrare il rito funebre di tutte le Vittime e che della casa, la propria casa, costruita con molti sacrifici non ne esiste più traccia. E’ un momento duro, di nuova sofferenza, che lascia spazio, col tempo ad una futura ri-organizzazione psichica, permettendo il sano passaggio tra prima e dopo.

Si parla quindi di ristrutturazione di sé, che determina l’inevitabile confronto con nuove diffioltà, ruoli sociali e familiari diversi e sconosciuti. Il passato ha acquistato un nuovo significato: non è più il momento verso cui tendere per ricongiungersi, in maniera onnipotente, con chi si è perso, ma è il punto da cui ripartire per costruire il proprio presente, poi il proprio futuro. Questa è una fase integrativa  col nuovo Sé e il nuovo paese, che non esula dal non sentire ancora dolore, tristezza e senso di vuoto, ma si inizia a percepire anche il legame sociale “ in costruizione” e l’avanzare di nuove prospettive future.

Ogni sentimento ha comunque una propria delicatezza, decorso e modalità : la riorganizzazione psichica non avviene secondo un tempo preciso, stabilito dall’esterno, ma per poter essere considerato “sano” deve essere completato lungo il percorso di queste quattro fasi.

Le caratteristiche dell’elaborazione di un lutto sano

Come permettere quindi alle persone colpite da tale tragedia ad avere una nuova possibilità? La risposta è molto complessa, perchè l’ottica della “guarigione” può avvenire prima di tutto quando la Comunità riconosce che c’è il bisogno di intervenire, senza lasciare ai singoli la sola responsabilità di affrontare tutto da soli. Un modello a rete sarebbe utile per molteplici motivi: primo tra tutti la persona colpita avrebbe più possibilità di essere sostenuta e l’aiuto stesso sarebbe distribuito: questo permetterebbe di non farsi carico da soli di un dolore così grande ed incosolabile. Dalle testimonianze dei Sopravvissuti (…libro vajont) l’aiuto immediato è stato importante: i soccorsi sono arrivati qualche ora dopo l’accaduto, e vi hanno partecipato in molti; la risonanza ha supearto i confini italiani, ma finita l’emergenza tutto piano piano si è spento: gli orfani sono stati spostati dai parenti e spesso i fratelli separati, chi è andato in collegio, chi per mesi in ospedale non sapeva che cosa fosse accaduto. Altri superstiti sono stati ospitati da amici in altre città e così il tessuto sociale si è sfaldato del tutto. C’è chi ha solo potuto constatare la pardita dell’intera famiglia e della casa, senza poter essere supportato da nessuno.

Com’è stata aiutata la popolazione superstite nelle altre fasi successive all’urgenza? Quali supporti psicologici sono stati messi in campo dalla Sanità Pubblica negli anni seguenti la tragedia? Quale rete sociale si è creata a fini protettivi per i sopravvissuti?Dalla ricerca condotta dall’Università di Padova (“Conseguenze psicologiche di disastri naturali e tecnologici: la testimonianza dei sopravvissuti al disastro del Vajont” C. Zaetta, P. Santonastaso, G. Colombo, A. Favaro, Giornale di Psicopatologia 2007; 13: 177 – 186 ) le persone intevistate tutt’ora soffrono di un distubo post – traumatico da stress o di depressione maggiore, segno che a distanza di anni, ancora oggi nessuno è stato in grado di prendersi la responsabilità di aiutare dal punto di vista psicologico la gente colpita; se 40 anni fa non si aveva la cultura e la sensibilità verso la prevenione psicologica, oggi non si può negare che non solo manchi la consapevolezza della necessità di aiutare i Supersistiti, ma non c’è neanche la volontà comune di fare il primo passo per rimediare ad una così grande mancanza.

Questa riflessione basata sulle testimoninze dei Sopravvissuti non significa che non esista un modo sano per affrontare un lutto così tragico. Nella  prima fase in cui la persona ha subito una grande sofferenza (Bowlby J., Attacamento e perdita, Bollati Boringhieri, 1983) c’è bisogno di avere un “consolatore” che l’aiuti a tornare sull’avvenimento, a pensare a piccoli passi a ciò che è accaduto. In questo momento il tempo è dedicato a dare informazioni cu ciò che è capitato, ma solo quando la Vittima se la sente di chiederle, in modo da permettere di integrare piano piano modelli e conoscenze precedenti. Il Supersiste deve essere messo nelle condidioni si essere supportato al momento del bisognoavere così una “base sicura”, utile, premoruso, che possa ridurre l’ansia, che ne fortifichi il morale e lo aiuti a scegliere senza fretta cosa sia meglio per lui. L’interlocutore ha così una doppia funzione : affettiva  e storica, in modo che attraverso di lui, la Vittima possa ricostruire la propria storia, integnado la perdita. Le famiglie che hanno accolto le Vittime, i luoghi in cui hanno passato i mesi successivi al 9 Ottobre sono riusciti ad essere una “base sicura” per loro? Hanno saputo cogliere le difficoltà, porgere una spalla o uno spazio per esprimere rabbia e dolore intensi? La Comunità ha offerto loro una base su cui ri- costruire un’identità una volta tornati a Longarone? E oggi Longarone è una base sicura?

Questo presupposto nasce dalla necessità di capire che la tragedia non è l’unico problema da affrontare e risolvere come uno meglio crede e può, ma che determina un futuro da costruire da capo, dove le radici sono state strappate via prima dal vento, poi dall’acqua e fango, ma ora devono attecchire di nuovo, per rinascere. Dov’è a Longarone il posto per rinascere?

Un pensiero dedicato va ai bambini del Vajont, coloro cioè che sono rimasti orfani e non hanno avuto la famiglia d’origine a cui aggrapparsi, dopo. I piccoli hanno molte risorse, ma devono essere sostenuti per poterle sviluppare; rispetto all’adulto il bambino non ha ancora interiorizzato una figura degna di rappresentare la fiducia che nei momenti di difficoltà  gli permetterà di far andare tutto  bene; egli non ha imparato a sopravvivere da solo, ad affrontare qualche cosa di sconosciuto e  non può decidere da sé . E’ in grado di sentire il dolore, ma ha bisogno di affrontarlo e capirlo con l’aiuto di una persona empatica; quando rimane orfano la Comunità ha il dovere di pensare come egli potrà affrontare la tragedia e soprattuto come aiutarlo a riprendere il controllo attivamente della propria vita. Infatti chi ha seri problemi post traumatici ricostruisce la vita sulla base del disastro e resta passivo per molto tempo. Una caratteristica di colui che affronta e supera il trauma è quella di sapere di avere le caratteristiche caratteriali interne a se, senza aspettare che sia il mondo esterno ad intervenire in toto. Questa posizione attiva, predispone un atteggiamento più propositivo e positivo, che col tempo diventa un utile strumento di cura e “guarigione”.

Nell’ottica Comunitaria i Servizi Sanitari hanno la responsabilità di farsi carico di diventare la “base sicura” per gli orfani e per coloro che hanno maggiori difficoltà ad affrontare il proprio dolore; inoltre costruire una rete di attività utili al confronto sociale permetterebbe a coloro che sono nati dopo di capire, sentire il vissuto dei Sopravvissuti e ri- costruire insieme una nuova identità, non solo personale ma dell’intera Comunità.

Nel momento in cui questa operazione di riconoscimento del dolore altrui non è possibile, la Vittima si chiuderà nel proprio dolore e cotruirà intorno a sé una corazza protettiva ( ibidem) utile a non sentire più fino a perdere interesse verso ciò che accade: la difesa rende immuni dal dolore, ma al prezzo di non avere più la possibilità di percepire cosa c’è di bello nella Vita, e di non poter ri- costruire il proprio futuro.

In conclusione credo che noi abbiamo il dovere di fermarci ed ascoltare non solo chi grida, ma chi soffre in silenzio e costruire intorno a loro un aiuto che parta dal riconoscimento dell’immane soferenza patita e che ancora è presente; ogni volta che la Comunità compie un passo in avanti per superare ciò che è stato, ha il dovere di chiedersi chi lascia indietro.

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Dott.ssa Simona Saggiomo

Psicologa attualmente iscritta al Centro Studi Eteropioisi di Torino per conseguire la qualifica di Psicoterapeuta sistemico relazionale. Oltre alla Laurea in Psicologia Clinica e di Comunità, ha ottenuto anche il titolo di Esperta di Psicologia dell’Emergenza e delle maxi catastrofi, attraverso un master presso l’ Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management di Albenga (SV).

Ha lavorato per circa 6 anni presso Comunità psichiatriche e Gruppi appartamento, sia come operatore che come Psicologa. Si occupa anche di formazione per alcuni Centri per l’ orientamento Scolastico e piccole imprese.

Nel tempo libero svolge ore di volontariato presso l’associazione onlus A.D.A.P. (Associazione Piemontese per la Difesa degli Animali) e la Croce Rossa come servizio 118.

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Viaggiare ci apre al Mondo e a Noi Stessi

Autore: Dott.ssa Maria Frandina

 

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, 1997

A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco. Michel de Montaigne, Saggi, 1580/95

 

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, 1913/27

 

L’atto del viaggiare è da sempre stato legato allo scoprire: nuove terre, antichi tesori, popoli sconosciuti, modi diversi di esprimersi, mangiare, abbigliarsi, affrontare la vita, la morte. L’uomo ha sempre sentito  il bisogno, irrefrenabile, di partire? Che cosa li spinge ad abbandonare le abitudini e le sicurezze della propria casa, per andare alla scoperta del mondo? “I cieli girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l’aria è in perpetua agitata dai venti, le acque crescono e calano… per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento.” (Robert Burton, 1951). Inevitabilmente il viaggio ci porta ad affrontare i vissuti legati alla separazione dal proprio nido, dal posto sicuro per andare verso qualcosa che non conosciamo ancora, per porci poi di fronte alla scelta del ritorno, che necessariamente impone nuove separazioni e l’integrazione col nuovo. Non possiamo mai ritornare come eravamo e, se questo è vero nella quotidianità, diventa inevitabile quando ritorniamo da un viaggio. Il viaggio ci apre all’insolito, al cambiamento, all’inatteso. Certo, questo vuol dire lasciare la condizione rassicurante del solito, dell’appartenenza che spesso ci fornisce un senso di identità, dell’atteso che con il suo ripetersi quotidiano, con la sua tendenza ad essere mono-tono scandisce un ritmo consolatorio che spesso con-fondiamo con il senso della vita.

I motivi che ci spingono  a viaggiare si intrecciano e non sempre sono chiari neppure per chi parte. C’è l’irrequietezza, l’insoddisfazione, la curiosità verso il mondo, il bisogno di conoscenza, la voglia di scoprire ed imparare come scrive Antoine de Saint-Exupérie ne Il piccolo principe: “Ecco perché il Piccolo Principe aveva dovuto lasciare la sua stella e la sua rosa. Per prendere a poco a poco conoscenza.”

Perché viaggiare ci apre alla conoscenza? “Quelle cose per conoscere le quali ci mettiamo in cammino e attraversiamo il mare, se sono poste sotto i nostri occhi non ce ne curiamo.” (Plinio il Giovane) Forse perché viaggiare ci pone di fronte alla diversità e solo vedendo il diverso da noi, possiamo vedere noi stessi. È attraverso l’altro che scopriamo noi stessi. Viaggiare ci permette di scoprire alternative inimmaginate, di svincolarsi dai lacci dei sistemi sociali, basati sulla fissità della persona, sulla sua continuità ed immutabilità: il sistema sociale rafforza la massificazione, ma l’identità umana è mutevole e molteplice. Lo scarto tra l’immagine che gli altri hanno di una persona e quella che lei ha di se stessa, tra quello che è nella realtà e quello che vorrebbe essere, è lo spazio in cui prende vita il desiderio del viaggio. Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un unico sistema e conoscere il diverso: è la possibilità di scegliere i modi in cui dare senso alla propria vita che permette di essere liberi. Libertà non è non avere regole o non avere un sistema di riferimento, ma sentire di poter scegliere tra le diverse opportunità che ci offre la vita. Paradossalmente la libertà di scegliere tra diverse possibilità ci mette in crisi, mentre il “già dato”, il conosciuto ci rassicura. Il viaggio implica la messa in discussione con noi stessi.

La difficoltà di affrontare l’inaspettato ci porta a scegliere spesso dei viaggi già tutti organizzati in cui ci viene assicurata la continuità minima tra il nostro stile di vita e il nuovo paese. Ciò nonostante essere in viaggio implica, comunque, un movimento, un cambiamento di ambiente, nuovi incontri. Diventa, quindi, inevitabile arricchirsi.  Scegliere la meta del nostro viaggio e il come raggiungerla è già parte integrante delle dinamiche che si innescano quando iniziamo a pensare ad un viaggio. Un viaggio inizia quando iniziamo a sognarlo. Il processo decisionale viene ad assumere una rilevanza unica ed importante in una situazione ricca di incertezze come può essere quella turistica, dove l’individuo è chiamato a decidere in situazioni che, spesso, sono per lui nuove e sconosciute. Ogni scelta viene messa in atto in un particolare “ambiente di decisione” costituito da tutto un insieme di informazioni, alternative e preferenze disponibili nel momento della scelta. Dietro la scelta di intraprendere un viaggio vi è un lungo processo costituito da una sequenza di valutazioni sui vari aspetti del viaggio (ad esempio decidere se partire o no, dove andare, quanto spendere, quando partire, dove alloggiare, ecc.).

Il viaggio favorisce anche la regressione riportandoci ai desideri  e alle pulsioni infantili che spesso reprimiamo nella nostra quotidianità.

Fra gli sviluppi e le teorizzazioni più recenti, un punto di vista importante e sintetico è stato proposto da Mannell e Iso-Ahola (1987) che, occupandosi del comportamento ricreativo, quindi anche quello turistico, hanno affermato come esso sia vincolato a due tipi di forze che agiscono contemporaneamente:

  • la fuga dall’ambiente e dalla routine quotidiana, che spinge ad evadere e ad allontanarsi dai problemi e dallo stress quotidiano;
  • la ricerca di ricompense psicologiche, che spinge alla ricerca di gratifiche sia a livello individuale che sociale.

Questa teoria bi-dimensionale riconosce la possibilità di un interscambio fra le dimensioni, l’una non esclude l’altra. Ancor più recente e’ la posizione di Dall’Ara (1990), secondo cui le motivazioni al turismo possono raggrupparsi in tre distinte aree: il Sé, l’altro da Sé  e il dentro di Sé. Le motivazioni che riguardano il portano a viaggi mirati a ridarci energia fisica e mentale. Le motivazioni riguardanti l’altro da Sé comprendono i viaggi in cui vi è la ricerca della trasgressione e dell’alterità. Infine, le motivazioni riguardanti il dentro di Sé portano a viaggi che hanno l’obiettivo di riscoprire il senso della vita e l’interiorità. Queste tre motivazioni non sempre sono così chiare, spesso si sovrappongono spingendoci ad andare. Dove? Se lo sapessimo forse non vorremmo più andarci.

Il viaggio interiore, un viaggio all’interno di noi stessi

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da sé stessi non si può fuggire. (Andrej Arsen’evič Tarkovskij, Tempo di viaggio, 1983)

Non sempre il viaggiare implica necessariamente uno spostamento fisico e geografico. Possiamo viaggiare con la fantasia, con la mente, con l’anima. Un percorso terapeutico altro non è che un viaggio all’interno di noi stessi. Mentre i viaggi di emigrazione, di conquista, di scoperta, di avventura sono reali percorsi nello spazio, il viaggio di conoscenza di sé e del mondo, è un percorso interiore, una riflessione su se stessi, una ricerca di conoscenza sulla propria identità, su ciò che realmente si è stati, si sente e si è.

Così come nei viaggi reali, anche quando iniziamo un percorso terapeutico, il processo di cambiamento inizia ancor prima di iniziare il percorso. La spinta motivazionale, il porsi un obiettivo, la scelta di quale strumento utilizzare (sono diversi gli approcci psicologici ed c’è una vasta gamma di specialisti), la scelta del terapeuta, che ci accompagnerà nel nostro viaggio proprio come una guida, sono tutti aspetti antecedenti al percorso, che durante il percorso possono essere confermati oppure no. È importante sottolineare che questa introspezione non prescinde dal mondo in cui viviamo. Non è possibile conoscere se stessi se non in relazione alla realtà in cui viviamo, in quanto il nostro essere, è strettamente intrecciato con il mondo circostante. Solo se comprendiamo quest’ultimo siamo in grado di capire come vi collochiamo noi stessi. È questo il motivo per cui affrontare dei viaggi mentre si sta seguendo un percorso terapeutico può aiutarci  nel nostro viaggio interiore e favorire dei processi di cambiamento.

Il viaggio all’interno di noi stessi può spaventarci o incuriosirci, possiamo trovarci di fronte all’inatteso e scoprire nuovi aspetti del Sé prima sconosciuti. È un viaggio infinito, in cui noi siamo i protagonisti, il popolo da conquistare, il tesoro da scoprire.

Il viaggio a piedi

Nel viaggio a piedi, più che in qualsiasi altro viaggio, siamo noi i veri protagonisti, con il nostro ritmo, il nostro cammino, il nostro essere corpo. “Viandante, il sentiero non è altro che le orme dei tuoi passi, viandante, non c’è sentiero, il sentiero si apre camminando” scrive  Machado. Un viaggio a piedi ci riporta alla scoperta di noi stessi e del mondo passo dopo passo, i chilometri non vengono divorati, ma assaporati, vissuti. La meta diventa secondaria al percorso.

Un viaggio a piedi significa confrontarsi con le proprie risorse ed i propri limiti, col proprio essere corpo. Un viaggio a piedi significa ricordarsi per quanti secoli gli uomini hanno coperto le distanze così, un passo dietro l’altro. Camminando reinventiamo il tempo e lo spazio secondo il nostro ritmo. Ritorniamo ai nostri bisogni primari, al nostro essere uomo, familiarizziamo con la nostra ombra che ci accompagna lungo il cammino. Camminando si è costantemente in relazione con una doppia dimensione. La dimensione  interiore richiede l’essere consapevoli di Sé stessi, dei propri bisogni, dei propri limiti delle proprie risorse, ma anche la concentrazione richiesta dallo sforzo fisico. La dimensione esteriore ci porta al contatto col mondo esterno, dal nostro contatto a terra, con il mondo, con le persone che incontriamo. I nostri sensi si risvegliano e con essi parti di noi che nella quotidianità tendiamo a reprimere.

Camminare significa aprirsi al mondo. L’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi (…) Spesso camminare è un espediente per riprendere contatto con noi stessi! […] Prevede uno stato d’animo, una lieta umiltà davanti al mondo, un’indifferenza alla tecnica e ai moderni mezzi di trasporto o, quantomeno, un senso di relatività delle cose; Fa nascere l’amore per la semplicità, per la lenta fruizione del tempo. […] Camminare riduce l’immensità del mondo alle dimensioni del corpo. […] Camminare è un metodo per calarsi nel mondo, per compenetrarsi della natura, per mettersi in contatto con un universo che rimane inaccessibile alle normali modalità di conoscenza e di percezione. Con il proseguire del cammino, il viaggiatore allarga lo sguardo sul mondo, immerge il suo corpo in una nuova condizione. […]  Spesso si intraprende una marcia per ritrovare un senso di gravità dopo essere stati spodestati da se stessi. La strada che si percorre è un labirinto che crea scoramento e stanchezza, ma il cui sbocco, tutto interiore, è talvolta ricco di scoperte, con la sensazione e l’esultanza di avere rovesciato la prova a proprio favore. Spesso il percorso è un passaggio attraverso la sofferenza che porta lentamente a riconciliarsi col mondo. Nello smarrimento, la possibilità del viaggiatore è quella di continuare a fare corpo con la propria esistenza, di mantenere un contatto fisico con le cose. Ubriacandosi di stanchezza, ponendosi obiettivi minimi ma efficaci come arrivare in un posto piuttosto che in un altro, egli domina ancora il suo rapporto con il mondo. Nel suo disorientamento è in cerca di una soluzione, anche se per il momento la ignora. (…) immergendosi in un altro ritmo, in un nuovo rapporto con il tempo, con lo spazio, con gli altri, attraverso le scoperte che fa con il corpo, il soggetto ristabilisce il suo posto nel mondo, relativizza i suoi valori e riacquista fiducia nelle sue risorse. L’esperienza della marcia rivela l’uomo a se stesso, non attraverso una modalità narcisistica ma restituendogli il gusto di vivere e la connessione con gli altri.

  Le Breton, Il mondo a piedi

 

Cammino di Santiago

Tra i più famosi cammini a piedi c’è senz’altro il Cammino di Santiago di Compostela, il percorso che fin dal Medioevo i pellegrini intraprendono per giungere al santuario di Santiago di Compostela, presso cui sarebbe la tomba di Giacomo il Maggiore. Quando si parla del Cammino di Santiago ci si riferisce solitamente al Cammino francese o di San Giacomo. Esistono infatti altri 6 Cammini, quello Aragonese, del Nord, Inglese, del Sud Est,  Portoghese, la Fisterra Muxia e la rotta marittima. Il Cammino francese prende il via da Saint Jean pied de Port, un grazioso e antico paese francese sui Pirenei, a ridosso del confine con la Spagna, a 774 chilometri da Santiago de Compostela. Dappertutto sarà la concha amarilla, la conchiglia gialla a guidarvi lungo il percorso o, in alternativa, una freccia gialla.

Cosa c’è dietro la voglia di viaggiare?

(Psicologia del turismo – Crompton)

Aspetti psico-sociali (emotivi, sociali, cognitivi e motivazionali)

  • evasione dall’ambiente di vita quotidiano e abituale
  • esplorazione e valutazione di se stessi
  • rilassamento fisico e mentale
  • prestigio
  • regressione a forme di comportamento infantili o adolescenziali
  • miglioramento e rafforzamento delle relazioni familiari e di amicizia
  • facilitazione delle interazioni sociali

Perché viaggiare?

C’è solo una cosa peggiore del viaggiare, ed è il non viaggiare affatto.

Oscar Wilde

  • Per staccare dalla propria quotidianità. Viaggiare ti aiuta a liberare la mente dagli stress, facendo emergere la soluzione ai problemi, e a scaricare l’energia negativa accumulata in mesi di lavoro.
  • Per aumentare la capacità di problem solving. Ritrovarsi di fronte a difficoltà pratica aiuta l’emergere della risoluzione dei problemi.
  • Per scoprirsi. Entrare in contatto con nuove culture, nuovi ambienti ci aiuta a scoprire aspetti di noi stessi che prima non conoscevamo.
  • Per nutrire il nostro bambino interiore. Ritrovarsi in posti nuovi ci mette in contatto con le nostre emozioni più profonde: la paura del diverso, l’entusiasmo di un bambino che vede per la prima volta la neve.
  • Per aumentare la nostra elasticità. In un viaggio gli imprevisti sono all’ordine del giorno. Perdersi, dover ritornare indietro, trovarsi di fronte ad una realtà diversa da come l’avevamo immaginata sono imprevisti che spesso hanno qualcosa da insegnarci.
  • Per sviluppare lo spirito di adattamento. Lasciare le proprie comodità, il proprio nido sicuro e ritrovarsi in luoghi diversi ci aiuta a distinguere il superfluo dal necessario e perché no può farci apprezzare esperienze che non avremmo mai immaginato di vivere.
  • Per riappropriarsi del proprio ritmo e dei propri bisogni. Viaggiare ci riporta ai nostri bisogni primari senza la fretta delle “cose da fare”.
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Se la Coppia scoppia e i Figli restano

Autore: Dott.ssa Maria Frandina

 

Le coppie che decidono di separarsi sono sempre più numerose e, spesso, dopo la separazione, non sono pochi gli strascichi e le conseguenze che portano emozioni dolorose, difficili da elaborare nella coppia e nei figli. Così spesso la separazione più che segnare la fine di un percorso insieme, è solo l’inizio di una guerra e i figli spesso rappresentano un’arma da usare contro l’altro coniuge. La separazione è forse l’esperienza più dolorosa e difficile della nostra vita. La vita stessa nasce con una separazione e questo processo ci accompagna per tutta la vita. È, quindi, facile immaginare come  la separazione, all’interno di una coppia è strettamente collegata ad emozioni profonde che ci riportano alla nostra storia personale. Attaccamento e separazione, così come i processi di dipendenza ed indipendenza, ci accompagnano fin dalla nascita e se nella nostra storia personale sono rimaste delle “ferite affettive”, sarà ancora più difficile affrontare una separazione. Senso di colpa, dolore, rabbia, rifiuto sono le emozioni più frequenti. I figli spesso vengono triangolati e non sono immuni da emozioni dolorose. La separazione diventa spesso solo l’inizio di una guerra lacerante. La separazione non è negativa in sé, ma è importante riuscire a gestirla. La crisi è un momento di confusione doloroso, ma anche un’opportunità di cambiamento. Senza crisi non c’è cambiamento e spesso anche restare insieme per il “bene dei figli” può essere doloroso sia per i genitori che per i figli stessi. Tra i fattori che influiscono sulla reazioni dei figli, l’età riveste un ruolo fondamentale, perché a secondo della fase dello sviluppo in cui si trovano i figli, le reazioni saranno molto diverse.  Il fattore fondamentale per rendere minimi sui figli gli effetti negativi legati ad una separazione, è che entrambi i genitori mantengano il loro ruolo e collaborino nell’aiutare i figli ad adattarsi alla nuova situazione, senza coinvolgerli in quelli che sono i problemi legati alla coppia. Ogni bambino ha diritto ad essere un bambino e ad avere un padre ed una madre.

Di seguito alcuni suggerimenti che posso aiutarci ad affrontare la separazione, tenendo sempre conto che ogni individuo, ogni coppia, ogni famiglia ha una sua storia e non ci sono regole assolute che non tengano conto dell’unicità di ciascuno:

  •   I bambini hanno diritto ad una mamma e un papà
  •   È importante comunicare con chiarezza ai bambini cosa sta succedendo, le parole danno senso e aiutano l’elaborazione emotiva
  •   I ruoli vanno mantenuti, i bambini restano bambini e i genitori restano genitori anche se la coppia si separa
  •   Il dolore, il senso di colpa, la rabbia, il rifiuto sono emozioni naturali durante una separazione, quindi è importante non evitarle, ma accoglierle e far si che i figli possano esprimerle liberamente
  •   Evitare di accontentare i bambini in tutto o riempirli di regali per alleviare il senso di colpa, nessun regalo è paragonabile ad una coppia unita
  •   Tener presente che non tutto quello che succede ai bambini è una conseguenza della separazione
  •   La separazione è un momento difficile e, a volte, è importante farsi aiutare da un mediatore familiare

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Il Triangolo che ritorna

Autore: Dott.ssa Maria Frandina

 

Gelosia e Infedeltà

 Gelosia, ovvero il tuo sospetto

di quanto loro si siano divertiti?

Erica Jong

Dal “triangolo edipico” al “terzo incomodo”, sembra che tutta la nostra vita sia spesa nella ricerca di una relazione duale, eppure ci ritroviamo sempre a giocare in tre. Ne nascono conflitti, alleanze, tradimenti, separazioni, unioni. Siamo alla ricerca della fusione arcaica, eppure l’esperienza della separazione costituisce l’esperienza stessa del vivere. “Nasciamo traditi” sostiene Carotenuto. La vita, la nascita, come tradimento, costituisce la chiave di lettura di tutta la nostra esistenza: divenirne consapevoli può voler dire appropriarsi di chiavi di lettura che possono aiutarci a comprendere alcuni eventi della vita adulta in un processo di individuazione, che ci porta a recuperare noi stessi nonostante il tradimento. Il geloso è alla continua ricerca di un “suo prolungamento”, non accetta la separazione, teme l’abbandono, la perdita. Fare i conti con le proprie illusioni, con la propria storia, con la propria realtà è fondamentale. Tutti noi possiamo riconoscerci nella fantasia del principe o della principessa che porranno fine alla nostra angoscia di separazione. Molti restano a lungo, qualcuno per sempre, nella fantasia di un tale incontro. L’aspirazione, inconscia, è il ripristino dello stato simbiotico originario, lo stato di beatitudine legato alla fusione del bambino con il corpo materno. Fonderci con l’altro è una illusione e se in ciò consiste la nostra felicità saremo inevitabilmente delusi. Il geloso vorrebbe controllare l’altro nella sua totalità, come se fosse un proprio prolungamento. Inevitabilmente, questa illusione si trasforma ben presto in una delusione che porta alla colpevolizzazione dell’altro. L’altro è colpevole, perché non ha rispecchiato la nostra illusione, non ha assecondato la nostra fantasia, è semplicemente un “altro” reale. Nel momento in cui conquistiamo l’oggetto del desiderio, non pensiamo al suo vero mondo, alla sua realtà di soggetto, ma a come risponde ai nostri bisogni. Inizia una lotta per affermare la nostra “onnipotenza”, per “difendere il nostro territorio”, il nostro “sogno”. Quanto più questo meccanismo sarà forte, tanto più c’è il rischio di rimanere frustrati. Una eccessiva gelosia può portare proprio a quelle conseguenze che il geloso cerca di evitare. Paradossalmente, quanto più si è gelosi del proprio partner tanto più si corre il rischio di essere traditi. Nella gelosia, il bisogno di controllare l’altro può assumere livelli tanto alti da portare addirittura noi a tradire l’altro prima che questi possa farlo. L’ansia relativa alla paura di perdere l’altro può contribuire a rendere vivo il rapporto, a sviluppare la creatività, a trovare qualcosa di nuovo, che consolidi l’amore e la relazione, ma quando questo rumore di fondo copre la melodia dei sentimenti sottostanti, può arrivare ad offuscare ciò che c’è di bello e di naturale. Nell’analizzare i diversi casi di rapporto di coppia rispetto all’autonomia e alla differenziazione, è stata teorizzata la collusione gelosia-infedeltà ed è emerso che la ricerca di autonomia di uno si manifesta sotto forma di relazione extraconiugale e le angosce di separazione dell’altro si manifestano con una forte gelosia. Più uno è geloso, più l’altro è infedele per affermare la propria autonomia. Si costruisce così un circolo vizioso, in cui ognuno diventa attore dei desideri inaccettabili dell’altro e ci si incontra in “giochi” che possono degenerare quando passiamo dalla normalità alla patologia. Le persone gelose, spesso, sono vittime di emozioni indesiderate, che finiscono per deteriorare i rapporti a cui tengono di più.

Nella relazione di coppia, così come in quella terapeutica, è la fiducia che permette l’evoluzione. Quando  ciò non si verifica si resta bloccati, nelle relazioni naturali, nella relazione terapeutica, nelle proprie emozioni.

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