Libro: “La Psichiatra”

Uno strepitoso romanzo scritto dall’autore Dorn Wurf che mette a contatto il lettore con le sue paure più profonde: «Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Donato Carrisi, autore del Suggeritore.

Lavorare in un ospedale psichiatrico è difficile. Ogni giorno la dottoressa Ellen Roth si scontra con un’umanità reietta, con la sofferenza più indicibile, con il buio della mente. Tuttavia, a questo caso non era preparata: la stanza numero 7 è satura di terrore, la paziente rannicchiata ai suoi piedi è stata picchiata, seviziata. È chiusa in se stessa, mugola parole senza senso. Dice che l’Uomo Nero la sta cercando. La sua voce è raccapricciante, è la voce di una bambina in un corpo di donna: le sussurra che adesso prenderà anche lei, Ellen, perché nessuno può sfuggire all’Uomo Nero. E quando il giorno dopo la paziente scompare all’ospedale senza lasciare traccia, per Ellen incomincia l’incubo. Nessuno l’ha vista uscire, nessuno l’aveva vista entrare. Ellen la vuole rintracciare a tutti i costi ma viene coinvolta in un macabro gioco da cui non sa come uscire. Chi è quella donna? Cosa le è successo? E chi è veramente l’Uomo Nero? Ellen non può far altro che tentare di mettere insieme le tessere di un puzzle diabolico, mentre precipita in un abisso di violenza, paranoia e angoscia. Eppure sa che, alla fine, tutti i nodi verranno al pettine…

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Film (Settembre 2014): The Giver – Il Mondo di Jonas

Film (Settembre 2014): The Giver – Il Mondo di Jonas

vedi Sito Internet della Recensione

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Da qualche parte nel tempo e nel mondo esiste una società che ha scelto come valore l’uniformità. Immemori di sé e della loro storia, uomini, donne e bambini vivono una realtà senza colori, senza sogni, senza emozioni, senza intenzioni. Per loro decide un consiglio di anziani, riunito periodicamente a sancire i passaggi evolutivi dei membri della comunità. Durante la Cerimonia dei 12, che accompagna solennemente gli adolescenti verso la vita adulta affidando loro il mestiere che meglio ne identifica le inclinazioni, Jonas viene destinato ad ‘accogliere le memorie’ di una storia che non ha mai conosciuto. Figlio di madri biologiche preposte allo scopo e assegnato successivamente all’unità famigliare che ne ha fatto richiesta, Jonas è un adolescente eccezionale con un dono speciale, quello di sentire. Preposto al ruolo di accoglitore di Memorie, Jonas è affidato a un donatore, un uomo anziano e solo che porta dentro di sé tutta la bellezza e la tragedia dell’umanità. Tutte quelle emozioni negate alla sua gente perché il mondo resti un luogo di pace e torpore. Intuita la sensibilità del ragazzo, il donatore lo condurrà per mano dentro la vita, spalancandogli la strada che conduce al libero arbitrio.
Trasposizione del bestseller omonimo di Lois Lowry, The Giver è un racconto di formazione ambientato in un futuro non troppo lontano e in una società ‘evoluta’ che ha sconfitto passioni e violenza (almeno in apparenza), votandosi alla conformità e all’apatia. (Auto)disciplinata da regole e iniezioni mattutine, che inibiscono qualsiasi emozione, la normalizzata comunità trova in Jonas la differenza. Perché Jonas ha nostalgia di tutte le cose, anche di quelle che non ha mai avuto e che adesso, nel nuovo ruolo di accoglitore, vede e vive nell’abbraccio del donatore di Jeff Bridges. Dentro un mondo piatto, controllato, (ri)pulito, che ha perso i suoi colori e quelli delle persone che lo abitano, Jonas è iniziato alle emozioni e a un processo di crescita, che finisce per cortocircuitarlo e disapprovare la realtà esterna.
Una realtà omologata in cui l’idea di purezza è un’aberrazione della mente che non ha consapevolezza dell’omicidio, che chiama ‘congedo’ la pena di morte, che sopprime coi sentimenti i non validi, che porta inesorabilmente al rifiuto di ogni possibilità dialettica e sostituisce la vita vera con una proiezione pallida e un povero ripetersi di strutture replicative. Alla maniera dei suoi illustri predecessori, Gattaca e Pleasantville, del primo parafrasa il livellamento del patrimonio di biodiversità e di pluralità culturale, del secondo la forza dei sentimenti e il bianco e nero ordinato di una vita pleasant, The Giver è impegnato a riemergere il colore e con quello la diversità. Diversità incarnata dai personaggi di Jeff Bridges e Brenton Thwaites, l’inefficace principe Filippo di Maleficent, che vogliono muoversi nel mondo in direzione ostinata e contraria ai percorsi stabiliti dal Consiglio degli anziani. La violenza discriminatoria subita dai diversi denuncia il fallimento di una società impegnata a comprimere la vita e i naturali fenomeni evolutivi in regole stabilite.
L’imperfezione di cui Jonas e il ‘fratellino’ Gabriel sono portatori non è un dato di fatto ma un farsi col mondo fuori, meglio, con la memoria di un mondo fuori, un’iscrizione, uno spostamento che determinerà il proprio destino contro quello determinato aprioristicamente. Diretto da Phillip Noyce (Il collezionista di ossa, Salt), The Giver si rivela cinematograficamente impotente. Nonostante le buone intenzioni e l’elogio all’alterità, The Giver è al fondo un generoso pamphlet che invoca i valori della libertà, della fantasia e dell’indipendenza di giudizio paradossalmente inquinato dallo stesso inganno del conforme che denuncia. Noyce non riesce a trasformare l’immaginazione in visione, non riesce a visualizzare il futuro, brancolando in un universo visivo terribilmente simile e ammiccante al passato. Nulla di nuovo nelle nostre visioni oltre i bastioni di Orione. The Giver si limita a rubacchiare da Steven Spielberg, Andrew Niccol, Gary Ross e in un certo senso addirittura da Frank Capra, finendo per cozzare contro il limite dei corpi (gli attori), che non sanno essere diversi da quel che sono sempre stati (Meryl Streep su tutti), e contro l’evanescenza di mondi che nessuno è ancora riuscito compiutamente a raffigurare. A mancare è proprio lo scarto, la crepa prodotta da una lacrima che come in Pleasantville scavava un indecente e struggente color carne.

Vedi Trailer del Film

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Nessuno è un’Isola

Autore: Dott. Giovanni Iacoviello

vedi Blog dell’Autore

 

La funzione sociale delle nostre idee.

 

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.

John Donne

E’ l’era dell’individualismo o della condivisione? Ma a chi deve vendere beni e servizi, che importa?

La comunicazione è un’azione individuale o sociale?

Se la comunicazione è interpersonale, il mittente può prescindere dagli interlocutori? Parlerà unicamente delle sue esigenze o terrà conto dell’utilità massima che può avere lo scambio reciproco di informazioni (magari con buona attenzione ai feedback dei clienti)?

La derivazione della parola comunicare è latina, e indica un’azione con la quale si mette “in comune” qualcosa: è uno scambio quindi. La mia idea è al tuo servizio, e magari se mi dici che c’è qualche vizio di forma in ciò che ti fornisco non mi offendo, ma lo considero un dono di preziose informazioni che mi aiuteranno a condividere con te qualcosa di più mirato ai tuoi bisogni.

“Ci vogliono almeno due cervelli per fare una mente”.

La frase è di uno dei padri fondatori della psicologia sociale, George Herbert Mead, e indica come la mente, per quanto si possa pensare nei suoi aspetti intimi e introspettivi, non abbia ragione di esistere se non nella sua dimensione sociale. Tutti dobbiamo avere a che fare con gli altri. Abbiamo pensato solo agli aspetti economici e tecnici del nostro prodotto o servizio, o anche al lato interpersonale e allo scambio di conoscenze con i nostri interlocutori?

Il filosofo Herbert Paul Grice negli anni ’70 aveva elaborato dei principi di teoria della conversazione, lemassime conversazionali, basati sulla cooperazione degli individui che conversano. Abbiamo intessuto la comunicazione d’impresa o il rapporto con fornitori e clienti con prassi che facilitino tale cooperazione?

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Studenti sotto Pressione.

dall’articolo “Students under pressure”, di Amy Novotney

traduzione di Lisa Ribechini

Studenti sotto pressione.

I Centri di Counseling dei College e delle Università americane si stanno interrogando su come poter aiutare in modo più efficace il crescente numero di studenti che richiedono loro consulenze e servizi.

Nicole Stearman si ricorda bene di quel mattino. Intorno alle 10:30, proprio quando la sua lezione sui metodi di ricerca alla Eastern Washington University stava per finire, sentì un improvviso senso di terrore e il respiro farsi sempre più corto. Era l’esordio di un attacco di panico –non il primo di cui aveva avuto esperienza- e sapeva che aveva immediatamente bisogno di un aiuto. Nicole andò dritta al centro di Counseling e di Servizi Psicologici dell’Università. Quando arrivò, però, le dissero che in quel momento non c’erano counselor disponibili, così fu costretta ad andarsene e a sfogare il suo attacco di panico altrove, all’angolo del palazzo. “Non potevo decidere di farmi venire gli attacchi di panico solamente durante i giorni della settimana in cui il centro di Counseling era aperto, dalle 11 del mattino alle 16 del pomeriggio” afferma Nicole, a cui, durante il College, era stata diagnosticata una forte depressione unita ad un disturbo d’ansia con fobia sociale. “Dato che il centro di Counseling funziona già bene, potrebbe diventare una risorsa ancora maggiore per gli studenti”. Nicole fa parte del crescente numero di studenti che, con grande sforzo, sta affrontando un percorso terapeutico per la propria salute mentale. Circa 1/3 degli studenti dei College americani ha avuto difficoltà psicologiche negli ultimi 12 mesi a causa di problemi di ordine depressivo, e circa la metà riferisce di aver avuto nell’ultimo anno problemi legati all’ansia. Tali dati sono in accordo con le valutazioni condotte nel 2013 dal National College Health su un campione di 125,000 studenti provenienti da più di 150 College e Università americane.

Altre statistiche sono ancora più allarmanti: nell’ultimo anno più del 30% degli studenti che ricerca aiuto presso un servizio di salute mentale riporta di aver seriamente considerato l’ipotesi del suicidio in vari momenti della propria vita, rispetto al 24% del 2010. A sottolinearlo è lo psicologo Ben Locke della Pennsylvania State University, dirigente del Centro per la Salute Mentale degli studenti del College (Center for Collegiate Mental Health, CCMH), un’organizzazione che raccoglie informazioni e dati provenienti dai centri di salute mentale e di counseling di più di 263 College statunitensi.

“Chi ha lavorato in un Centro di Counseling negli ultimi 10 anni ha sicuramente avuto modo di notare il vertiginoso aumento di richieste di aiuto, dovute ad un peggioramento generale della salute mentale negli studenti del College” afferma Locke. “Grazie ai report di questi anni possiamo dire che, purtroppo, la probabilità di soffrire di disturbi legati all’ansia o alla depressione è in costante aumento”. Gli psicologi stanno cercando di intervenire in più modi per affrontare tale problematica.

“Le ricerche stanno esaminando se gli studenti sono predisposti ad affrontare percorsi innovativi e a considerare la possibilità di integrare un corso di Educazione alla Salute Mentale nel proprio percorso accademico” afferma Louise Douce, PhD, assistente al vice presidente della Ohio State University.

“Gli studenti devono essere capaci di capire quali sono le loro capacità e quanto è fondamentale per loro stare bene sia fisicamente che emozionalmente, ma anche intellettualmente e spiritualmente”, afferma Douce. “Gli studenti che hanno delle difficoltà hanno più probabilità di abbandonare la scuola, ma, attraverso servizi dedicati ai loro problemi d’ansia, depressivi o relazionali, li possiamo aiutare ad affrontare il percorso scolastico, cercando di fargli apprendere un nuovo modo di <<essere nel mondo>>”.

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La Spazialità del Potere

Autore: Luana Tallarita

Jazz Musician Designer Antropóloga, Filósofa

 

Che cos’è lo spazio dal punto di vista del potere. È uno strumento di questo, entro cui le sue azioni possono manifestarsi. Dominare lo spazio vuol dire avere un potere. I concetti di spazio e tempo sono collegati. Sono i sensi a dirci dello spazio e della realtà che si occupa vivendo. Lo Spazio, può essere un luogo geografico, avente caratteristiche proprie che favoriscano il dominio, il controllo e le azioni di potere. Perché il potere ha bisogno di un luogo in cui manifestarsi. Lo spazio identifica in se i concetti di pieno e di vuoto.  Per Platone èciò che è sempre ma che non ha un’origine e ciò che diviene sempre ma non è mai. Nella visione aristotelica materia e spazio si identificano in quanto le cose sono in un luogo. Il pensiero, per Cartesio, è sostanza corporea che è lo spazio. La sostanza è materia, ha estensione e proprietà spaziali, lo spazio è materia. Ma lo spazio è anche ordine dell’esistenza delle cose.  Immagine di cui se ne postula l’esistenza  a partire dalla sua stessa esistenza. Un idea che deriva dall’esperienza sensibile. forma a priori di ogni esperienza. Da Leibniz, a Hobbes, Locke, Hume e Kant, si teorizza attorno alla natura dello spazio, che si produce e riproduce per fuggire l’entropia. Lo spazio e l’attività umana sono strettamente correlate. Così come lo è il potere, con lo spazio di cui ha bisogno per manifestare se stesso. Perimetro esterno al corpo dell’individuo ancora da delimitare. Il corpo è il primo spazio naturale, ma non è solo spazio fisico. L’uomo costruisce il suo spazio e infatti le società sono chiavi di comprensione dello spazio. Lo spazio sociale rappresenta le tre categorie: forma, funzione e struttura. Implica il concetto di territorialità, che favorisce l’organizzazione e la vita collettiva. Lo spazio naturale appare come una totalità di relazioni interdipendenti, una spazialità intesa come costruzione sociale riferita a un organismo pensato e costruito, di cui se ne occupa la geografia. La cultura in quest’ottica è il motore, strumento per favorire l’azione umana e l’insieme di tecniche e di saper fare, applicate per dar forma alla materia. Lo spazio favorisce a scoperta delle capacità umane latenti. Al rapporto con questo sono legati giochi di potere e tensioni sociali, e anche l’esercizio del potere che si basa sulle relazioni che determinano l’uso del suolo, a volte legate ai legami di parentado. Le tensioni sociali che si producono sono strumenti di trasformazione dello spazio. Infatti il concetto di dominio è correlato a quello di spazio, così come quello di consenso. Il potere politico ha natura differente dal senso di dominio, perchè la sua legittimazione si basa su altre distinzioni del potere. La società, nasce sull’equilibrio tra il comandare e l’essere comandati. Lo spazio trasmette i messaggi di egemonia di potere e dominazione, in cui avvengono le rappresentazioni di tutte le relazioni sociali. Relazioni sociali ed economiche si gestiscono nello spazio geografico e urbano strutturato a causa della forte competizione sociale. Il potere di creazione della società si manifesta anche e soprattutto nella creazione del suo spazio. La tecnica nasce dalla volontà di sostituire l’ecosistema iniziale con un’organizzazione spaziale controllata. Anche per determinare la possibilità di avere una percezione degli altri, attraverso le interazioni che vi si instaurano. Lo spazio ha anche la capacità di parlare attraverso un linguaggio silenzioso, fatto di dinamiche sottili, distanze e cose non dette, un mondo fatto di percezioni come è quello della prossemica. Dove lo spazio personale e sociale diviene un processo che concilia gli elementi fisici che gli sono propri, con il comportamento, come concettualizzato da Edward Hall.

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